La sinistra si è messa ad usare le ricorrenze care alla patria come strumenti di lotta politica.

 Tralasciamo pure la festività nazionale del 25 Aprile che, da anni, è divenuta l’occasione per dare sfoggio al più bieco settarismo da parte di forze politiche che non sono soltanto state condannate dalla storia, ma anche dall’elettorato. Limitiamoci ad osservare l’impostazione assunta dalle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità nazionale, un evento che appartiene sicuramente alla coscienza nazionale.

Anche del Risorgimento stanno facendo un “sepolcro imbiancato”, benché la società civile sarebbe assolutamente matura per giudicare quella fase storica con maggiore obbiettività e con spirito critico, nell’interesse di tutti e senza disconoscere le nostre comuni radici.

Il cammino verso l’unità nazionale non è stato una marcia trionfale. Giuseppe Mazzini morì a Pisa sotto falso nome. Anni prima, Cavour aveva detto di lui: “Se lo prendo lo faccio impiccare”. Garibaldi consegnò a Teano il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II. Ma tre anni dopo venne ferito in un conflitto con i bersaglieri. Non si è mai voluto approfondire il fenomeno passato alla storia sotto il nome del “banditismo”, ma si è taciuto e si continua a tacere sugli abusi e le stragi perpetrate dall’esercito italiano nelle regioni meridionali, conquistate solo in apparenza con il blitz dei Mille.

In quelle circostanze, con le popolazioni civili, i militari italiani non si comportarono meglio dei nazisti asserragliati, ottant’anni dopo, dietro la Linea Gotica, negli ultimi tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Di “Marzabotto”, in fondo allo Stivale, ce ne furono tante, troppe, di cui si è persino persa la memoria. Quando la fortezza di Gaeta cadde, i militari dell’esercito borbonico furono trattati come dei traditori, non come dei soldati nemici meritevoli di rispetto, perché appartenenti alle truppe di un legittimo Stato sovrano. Del resto, tutti gli Stati nazionali si sono costruiti con la forza, nell’eterno conflitto tra kratos ed ethos, dove sono i fini etici di un’azione politica a giustificare l’uso del potere.

E’ giusto, però, misurarsi con la verità storica, senza timore del revisionismo. Da noi però si preferisce nascondersi dietro ad un patriottismo unitario di maniera, in chiave anti-Lega Nord, correndo il rischio di fare a Bossi un grande favore, perché non è mai una tattica vincente quella di falsificare la storia.

Nella settimana che inizia oggi, poi, assisteremo ad altre celebrazioni. Il 20 maggio ricorre il 40° anniversario dello Statuto dei lavoratori. A sinistra saranno tutti lì a santificarne ogni norma anche le più datate e discutibili. E’ bene che si sappia, però, che nel lontano 1970, il Pci in Parlamento si astenne nel voto finale sulla legge n.300. E che durante l’iter legislativo i comunisti del partito e della Cgil rivolsero al provvedimento parecchie critiche, mettendo in campo i giuslavoristi raccolti interno alla Rivista Giuridica del Lavoro. Per loro non era condivisibile l’impostazione di fondo dello Statuto, che era poi la sua vera modernità: quella di prefigurare, in larga misura, una cosiddetta legislazione di sostegno rivolta al rafforzamento del ruolo del sindacato, per di più del sindacato esterno rispetto al posto di lavoro.

La scelta del Governo si spiega non solo attingendo alle esperienze di altri Paesi (a cui Gino Giugni   s’ispirò a partire dalla legge Wagner – voluta da Franklin D. Roosevelt – del 1935), ma anche calandola nella realtà italiana, dove per decenni si era temuta la costituzione dei cosiddetti sindacati gialli, sostanzialmente alle dipendenze dei datori di lavoro. Valorizzare il sindacalismo confederale era, allora, una precisa scelta di campo a favore dell’autonomia e della rappresentatività sindacale e dei soggetti che erano portatori di una visione d’insieme. Per gran parte dei comunisti, nel partito e nella Cgil, si sarebbe dovuto riconoscere soltanto dei diritti individuali in capo ai lavoratori, dimenticando che, per sua natura, il diritto sindacale è un fenomeno che si produce e si esplica soltanto in modo collettivo.

Da allora, sono trascorsi tanti anni. Eppure se riflettiamo sull’atteggiamento della Cgil e del Pd in merito alle norme in materia di arbitrato (di cui al collegato lavoro che si avvia verso una settima lettura) ci accorgiamo che non è cambiato nulla.

“Lor signori” continuano a diffidare persino di se stessi e della funzione che il sindacato può svolgere nella tutela del lavoratore anche attraverso l’uso di forme di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro.

 

Fonte: l’Occidentale

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