Ricorre(20 maggio) il 40° anniversario dell’approvazione dello Statuto 

 dei diritti dei lavoratori e l’occasione dovrebbe essere sfruttata per avviare una seria riflessione sull’evoluzione del nostro sistema economico e, conseguentemente, del nostro mercato del lavoro. Sull’adeguatezza dell’attuale sistema di tutele per i lavoratori a tutelare effettivamente i lavoratori, senza bloccare i processi di crescita economica in assenza dei quali qualunque sistema di tutela diventa mera finzione.

 Attardarsi in una celebrazione rituale e laudatoria dello Statuto, elevato allo status di simbolo sacro della laica religione del progresso democratico e dell’emancipazione dei lavoratori, simbolo in quanto tale intoccabile, non ha molto senso. E’ del resto tutto da dimostrare che gli enormi progressi nella condizioni dei lavoratori di questo Paese siano stati il prodotto diretto dello Statuto. Ai nostri occhi lo Statuto, per la sua parte migliore, altro non ha fatto che accompagnare un processo di crescita civile, culturale ed economica che l’Italia al pari di tutti paesi occidentali ha attraversato grazie alle indiscusse capacità di stimolare la crescita economica propria dei sistemi di libero mercato.

Colpisce che l’esercito dei laudatores estremisti dello Statuto sia composto proprio dagli eredi di quella tradizione politica comunista che (PCI e CGIL in testa) all’epoca condusse una dura battaglia contro di esso, reo – ai loro occhi – di rappresentare un vile compromesso tra le nobili ragioni della classe operaia e quelle impresentabili del sistema capitalistico. Colpisce ma non stupisce. Sono più di cinquant’anni che la cultura comunista e post-comunista arriva in (grave) riardo a tutti gli appuntamenti con la Storia. Oggi, proprio nel momento in cui appare innegabile la necessità di adeguare lo Statuto alle mutate esigenze della società e dell’economia, loro lo scoprono come baluardo di civiltà.

Il fatto è che ad adottare un approccio celebrativo per la ricorrenze bisognerebbe, per coerenza, scegliere un rito di tipo funebre perché anche se qualcuno sembra non esserne accorto, lo Statuto è ormai morto. Ed è morto non perché ucciso dall’odiato nemico di classe. Ma è morto di vecchiaia perché ormai del tutto incapace di regolare un’economia ed un mercato del lavoro del tutto differenti rispetto a quelli dell’epoca della sua elaborazione. Lo Statuto dei lavoratori rappresentò il culmine di un processo storico nel quale un modello di impresa – quella fordista – taylorista – aveva trainato lo sviluppo dell’economia. E fu correttamente tarato sull’esigenze di quel modello. La grande fabbrica metal-meccanica del Nord rappresentava l’archetipo della produzione industriale e le tutele lavoristiche furono disegnate su misura per gli operai di tale modello di fabbrica.

Ma la grande capacità distruttiva del capitalismo (la sua migliore virtù come ci insegna Schumpeter) ha cambiato completamente lo scenario. Globalizzazione, terziarizzazione, flessibilità, sono le forze che oggi spingono i sistemi economici. Ed è con queste forze che occorre misurarsi. Rimanere ancorati a schemi orami superati equivale ad adottare una posizione meramente conservatrice (in senso deteriore) e difensiva che in nome della tutela di alcuni si disinteressa di molti altri. E del resto sono i dati a parlar chiaro. Oggi più del 50% dei lavoratori italiani (liberi professionisti ed imprenditori a parte) non gode di nessuna delle tutele dello Statuto. E mediamente si tratta proprio della metà più debole.

Ma anche di fronte alla chiarezza ed incontestabilità dei numeri, l’approccio ideologico della sinistra massimalista non arretra. Secondo la più classica teoria della storia come complotto delle classi dominanti e sfruttatrici, l’evoluzione del mercato del lavoro e la massiccia emersione del lavoro atipico viene ascritta a responsabilità del nemico di classe e dei suoi intellettuali servi, sempre capaci di escogitare le migliori soluzioni tecniche per consentire ai capitalisti di aumentare i propri margini di profitto. Un odio ideologico che può giungere (ed, ahimè, è giunto) sino all’eliminazione fisica di tranquilli giuslavoristi di formazione riformista rei di intelligenza con il nemico.

E proprio per queste ragioni che il tema della riforma del mercato del lavoro e dello Statuto dei lavoratori è ineludibile e va salutato con grande favore l’annuncio del Ministro Sacconi di volere presentare in Parlamento un progetto di riforma per l’adozione di uno Statuto dei lavori in grado di coniugare le fondamentali esigenze di tutela dei lavoratori con le dinamiche del nostro sistema economico.

Si tratta di un tema decisivo in primo luogo per il Governo e la maggioranza, perché è su questo terreno che si potrà misurare la sua capacità riformista e liberale. Ma il tema è decisivo anche e soprattutto per l’opposizione per verificare fino a che punto corrispondono alla realtà gli annunci ed i proclami che hanno accompagnato la nascita del PD e la rottura con la sinistra massimalista. Certo i primi segnali non sono incoraggianti.

Nei mesi scorsi il senatore Ichino (ex sindacalista CGIL!) insieme ad un gruppetto di altri parlamentari hanno presentato un (timidissimo) progetto di legge diretto ad introdurre nel sistema il contratto unico di lavoro, con lo scopo di porre rimedio a quella segmentazione e frammentazione che ormai contraddistingue il nostro mercato del lavoro. Il pdl in sostanza prevede uno scambio fra una modesta riduzione di alcune tutele per i neo assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato e l’estensione delle tutele per quelli che oggi ne sono privi. Ichino va nella giusta direzione anche se le proporzioni dello scambio non ci sembrano equilibrate. Eppure anche questa timida apertura ha subito determinato distinguo e prese di distanza da parte di esponenti del PD che non lasciano prevedere nulla di buono.

La verità è che anche questo serissimo tema, come del resto le celebrazioni per l’anniversario dello Statuto, rischiano di essere risucchiate nelle dinamiche meramente tattiche interne al PD. Nell’esigenza di non scoprirsi troppo a sinistra, nel confronto infinito delle diverse anime che hanno dato vita al nuovo partito. Deve essere però chiaro che finché la situazione sarà quella attuale il partito riformista, democratico ed europeo sognato da chi il PD ha fondato rimarrà una pia illusione.

 

Fonte: loccidentale

 

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