Dal prossimo 1° luglio 

 si potrà far partire una class action anche contro i concessionari pubblici di telefonia, trasporti, acqua, luce, gas. Bisognerà invece attendere ottobre per reclamare contro malasanità e cartelle “pazze” in materia tributaria. Tuttavia è alto il rischio che la pubblica amministrazione la “faccia franca”: la nuova normativa sull’azione collettiva risarcitoria, in vigore dal 1° gennaio 2010, non prevede alcun risarcimento economico per gli utenti vittime del disservizio e, soprattutto, è facilmente aggirabile da parte dell’amministrazione o della società concessionaria del servizio pubblico presa di mira.

“Basta dimostrare che ha non personale sufficiente o semplicemente attrezzature, professionalità e risorse adeguate, per azzerare l’efficacia dell’azione”. A sottolinearlo, è il segretario generale di Adiconsum, Paolo Landi, nel corso del convegno ” Class action contro la Pa e gestori di servizi pubblici”, che si è svolto al Cnel. Difficile è anche l’individuazione degli standard di qualità, che si presumono violati. Il riferimento, ha proseguito Landi, è alle Carte di servizio, “ma noi sappiamo che in pochissime ipotesi li prevedono, essendo strumenti unilaterali e non frutto di un confronto con le associazione di utenza”. Emblematico, ha aggiunto, è il caso della normativa sui servizi pubblici locali che affida il compito di individuare gli standard minimi di qualità richiesti al negoziato con le associazione dei consumatori, “ma tutto questo deve ancora essere realizzato”.

 Per Michelangelo Francavilla, consigliere del Tar Lazio, la normativa sulla class action è opaca anche per quanto riguarda la Pubblica amministrazione. Si pensi ai dirigenti, ha detto, che “possono presentare anche un interesse personale a intervenire nel giudizio, considerati i profili di responsabilità ipoteticamente connessi all’accertamento delle violazioni oggetto di ricorso”. L’esempio fatto dal magistrato è l’inosservanza dei termini di conclusione di un procedimento. In questo caso, ha proseguito Francavilla, mancano le norme che spieghino come far intervenire il dirigente nel processo. “Sarebbe stato opportuno – ha concluso – inserire un comma che consentisse l’intervento personale del pubblico dipendente, come previsto nei giudizi in materia di accesso agli atti”.

 

Fonte : Il Sole24ore

 

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