LA SUA storia sembra un po’ la trama di un film   

 e non è escluso che tra qualche anno il professor Mark Gasson, dell’università inglese di Reading, si metta a collaborare con uno sceneggiatore per raccontare di quando, il 25 maggio del 2010, venne infettato dal virus di un computer. Lo scienziato inglese, senior research del Cybernetic Intelligence Research Group dell’università, studia da anni i legami tra cervelli computerizzati e sistema nervoso, ed è anche stato il primo a sviluppare, nel 2008, un’interfaccia diretta capace di mettere in comunicazione i nervi di un topo con i circuiti di un computer. Ma stavolta è andato oltre, facendosi infettare da un virus studiato “per la macchina” inserendosi un microchip sottopelle. Si tratta del primo caso al mondo e l’obiettivo raggiunto da Gasson abbatte l’ennesima barriera tra computer ed essere umano, lasciando intravedere un futuro ibrido per uomo e macchina.

“Ogni altro chip che viene a contatto con il sistema infetto contrae il virus a sua volta – ha spiegato Gasson alla Bbc – e questo lascia intravedere la possibiltà che in futuro apparecchiature di uso comune come i pacemakers possano essere oggetto di cyber-attacchi”. Dunque, al di là dei suoi sbocchi futuristici e progressisti, l’importanza di questa scoperta sta nell’aver rivelato le potenzialità invasive dei virus per computer, capaci di diffondersi seguendo ritmi e percorsi ancora ignoti alla scienza umana.

Il chip usato da Gasson altro non è che una versione raffinata di quelli comunemente usati per schedare gli animali e lo scienziato, dopo averlo programmato ad hoc, lo ha inserito sottopelle per aprire porte di sicurezza e accendere automaticamente il cellulare. Poi lo ha contaminato con un virus, che in poco tempo ha contagiato anche i sistemi esterni. “I benefici della tecnologia impiantabile sono molti – ha precisato – ma sono ancora più numerosi i rischi. Più un sistema è avanzato e più diventa, paradossalmente, vulnerabile”.

L’allarme di Gasson, rilanciato con grande evidenza dai media di tutto il mondo, ha suscitato qualche scetticismo. Ma la stessa Bbc, tornando sull’argomento, ha ribadito che l’esperimento di Gasson pone problemi seri, sia dal punto di vista etico che da quello della sicurezza.

La paura del professor Gasson e di chi, come lui, studia la tecnologia avanzatissima che sta dietro i sistemi impiantabili, è che qualche hacker riesca, in futuro, a sfruttare le debolezze di sistema per attaccare i microchip inseriti nell’organismo, soprattutto alla luce del fatto che le possibilità di intergrazione fisica tra uomo e macchina sono sempre più articolate e numerose. Le protesi impiantabili sono infatti una realtà assodata negli Usa e le più comuni sono quelle sensoriali, che sostituiscono o integrano il funzionamento dei sensi umani (come gli impianti per l’udito e le retine artificiali per la vista), e motorie, veri e propri sistemi artificiali capaci di attivare gli arti umani o di rimpiazzarli completamente.

Ci sono poi quelle cognitive, studiate finora soprattutto dal professor presso da University of Southern California dal Theodore W. Berger, uno dei massimi specialisti di integrazione uomo-macchina. Lo scienziato ha lavorato alla costruzione di una protesi dell’ippocampo, una parte del cervello fondamentale per lo sviluppo e il mantenimento dei ricordi: sarebbe davvero un problema se, domani, un cyber-attacco infettasse la nostra memoria artificiale, facendoci dimenticare tutto o peggio ancora impazzire. Ma per ora, forse, è ancora presto per pensarci.

 

Fonte: LaRepubblica

 

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