Capita prima o poi che tu debba fare qualcosa per cui ti abbisogna un oggetto, un arnese che non hai a disposizione e che sarebbe complicato e persino inopportuno procurarsi per vie commerciali data l’estemporaneità dell’utilizzo occasionale. 

È quello che è successo l’altro giorno al mio amico Livio Romano, scrittore di fama nazionale nonostante natali bassolocati geograficamente parlando. Il quale mi onora di un’amicizia di non vecchia data, ma che io percepisco sincera, tanto da aver accettato di apporre un suo sigillo postfazioso sul libercolo decentemente (spero) partorito dalla mia instabile fantasia.

Bisognevole di un cavo jack per energizzare una chitarra elettrica ad uso recita cantata fine anno scolastico, non possedendo più il suddetto per essersi sconsideratamente privato di siffatti accessori, il buon Livio pensa bene di rivolgersi al più vicino tra gli amici sicuramente dotati di attrezzatura atta alla diffusione musicale amplificata, cioè al sottoscritto.
Vengo a sapere, tramite il necessariamente stitico linguaggio sms – croce e delizia di noi ultraquarantenni, in grado di scrivere più velocemente un articolo di due pagine per un giornale piuttosto che un paio di frasi su un cellulino – ke livio vuole in prest. cavo jack x recita fine anno scol. da rest. dopo rit. da scuola.

 Ora: a parte il fatto che a Livio presterei qualunque cosa – no, dico… lui è quello che ha scritto Mistandivò, mica uno qualunque – e a parte il fatto che da noi il concetto della “disobbligazione” è sacro; a parte questo, il fatto che qualcuno mi chieda un accessorio musicale mi fa improvvisamente ricordare che anch’io ho fatto parte in qualche modo di un mondo che mi è molto caro.
Negli ultimi tempi, infatti, (ma se durano così tanto come fai a dire che sono ancora “ultimi tempi”?) la telefonata occasionale di qualcuno in odore di musica mi accende l’immediata illusione che qualche congiunzione astrale abbia deciso di disegnare per me la prospettiva di una situazione musicale, sia pure estemporanea, in cui la presenza di un antico suonatore di basso con o senza corda di scorta sia ancora indispensabile a fornire groove a buon mercato a qualche band che si ostina a suonare con strumenti più o meno agricoli, mettendo al bando mistificazioni da dischetto. Rimetto subito i piedi a terra appena capisco che, per l’ennesima volta, la mia figura è stata associata non al musicista, ma al dispensatore di consigli circa la gestione di esose bollette. Il groove può aspettare.
Ci voleva uno scrittore ex musicista mancante di jack per far sentire ancora musicista un aspirante scrittore. Ironia della sorte.

Presto quindi più che volentieri il jack a Livio, sopraggiunto intanto con annesso quadrupede canino domestico in dotazione e ignaro dei dolori musicogeni di un novello Werther, e sono contento che almeno un accessorio di cui detengo proprietà ed usufrutto vada a respirare la polvere del palco.
Il giorno dopo, smettere i panni del prof musicista e pensare alla restituzione del cavo è per il buon Livio un tutt’uno, convinto com’è, in perfetta buona fede, che io abbia immediato bisogno dell’accessorio per chissà quale impegno musicale impellente.

Disgraziatamente la giornata è stata per lui lunga e stancante, come di norma a fine anno scolastico, e il rientro in casa piuttosto tardivo, per cui la stanchezza prevale umanamente sullo zelo e il caro Livio mi invia un altro sms (sistema di comunicazione che ha il vantaggio di andare dritto al sodo, senza le inevitabili digressioni della conversazione parlata, sia pure telefonica) nel quale mi chiede di procrastinare la restituzione del cavo al giorno successivo, essendo troppo stanco anche per pensare di uscire di casa.
E io? Io gli rispondo: No! Lo rivoglio subito!

Posso solo immaginare un’espressione di sconcertata sorpresa dipingersi sulla faccia di Livio. Nah! ma guarda quistu! Ce ssi pensa, ca mi lu mangiu? No sapìa ca è cusì tignusu! Ma guarda mente e vedi!!! Pare tantu ‘ngarbatu e a modino e poi tene nu scurzone a ‘ncorpu! E pinsare ca n’aggiu fattu puru la postfazione su ddhra specie di riccota ti cazzate ca ha scrittu! È proprio uno stronzo!!!
Desolato eppur ligio ai doveri della buona creanza, il costernato Livio si rassetta alla meglio, ricopre alla svelta il chilometro scarso che ci separa, parcheggia a motore acceso e squilla il mio campanello quando manca poco alle 22.30, orario improbabile per visite domiciliari, ma, si sa, quando c’è un’urgenza…
Lo accolgo con la consueta espressione cordiale che riservo alle persone che stimo, lui con un piede quasi nella macchina e l’altro sul mio ingresso, io in tenuta da lavoro casalingo che prelude al pigiama. Ciao, ti ho portato il cavo – ciao, non ti dico di entrare che siamo impresentabili – ciao, scappo che ho il motore acceso – ciao, a disposizione quando vuoi qualcosa – ciao… ciao…ciao…
Livio va via sempre più perplesso, io rientro in casa con rinnovata fiducia sulla correttezza delle persone di un certo livello.
Livio raggiunge l’agognato letto, ma immagino faccia fatica a prendere sonno, riflettendo sull’incongruenza delle ultime ore e disturbato da quel sentimento di amara delusione che si prova quando ci si rende conto di essersi sbagliati sul conto di qualcuno. È proprio uno stronzo, imana mia!

Se non proprio consiglio, la notte porta almeno un po’ di riposo e regala una maggiore lucidità, permettendoti di riflettere su cose che il giorno prima ti sembravano strane. Così dev’essere successo a Livio, che ha iniziato a interrogarsi sull’episodio del cavo cercando di capire cosa non tornava. Il primo pensiero sarà stato sicuramente quello di rileggere la messaggistica intercorsa tra di noi il giorno prima, giusto per vederci più chiaro. Qui deve essere successo uno di quei misteriosi fenomeni per cui, a volte, anche a noi ultraquarantenni condannati alla tecnologia riesce miracolosamente di sfruttare – per puro caso, beninteso – una delle funzioni del cellulino, quella che ti permette di vedere i destinatari dei messaggi da te inviati.

 E lì si deve essere accorto che il Pasquale cui aveva girato l’ultimo messaggio, memorizzato in rubrica in modo scognomato, non era lo stesso Pasquale del prestito, ma un parente extrasalentino, mio omonimo ma non cognonimo, che, vedendosi servito su un piatto d’argento un bocconcino così succulento, non ha esitato un attimo nel cogliere al volo l’opportunità di dimostrare la sua piena appartenenza alla categoria dei “bastardi dentro”, rispondendo in quel modo a dir poco scostante a un’accorata richiesta, ben sapendo di creare qualche scompiglio da qualche parte. Per esserne ancora più sicuro il buon Livio mi telefona e mi chiede se avevo ricevuto per caso un sms nel quale mi chiedeva una dilazione sul reso del cavo, io gli rispondo di no, e solo allora lui si scioglie e mi racconta tutto, felice di aver scoperto l’arcano e anche di aver recuperato la sua stima nei miei confronti.
Pensa se questo non fosse successo: io che continuo a comportarmi come sempre con Livio e lui che continua a pensare a quanto io sia ipocrita.
Attenzione agli scherzi telefonici, possono fare guasti piuttosto seri.
In ogni caso ora sono contento del fatto che, dopo essere stato stronzo per una notte, io sia ritornato quello di prima, qualunque cosa fossi.

P.S. Il fatto è realmente accaduto, chiedete a Livio.

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