E’ stato avvistato un Cantarettista Malincomico

Con l’estate ormai alle porte, si moltiplicano gli avvistamenti di questo strano essere che si aggira per il Salento. Non è pericoloso, ma può provocare effetti collaterali notevoli sulla stabilità di chi non lo conosce.  Qualche tempo fa, sulle pagine dell’Ora di Nardò, segnalavo il fatto e davo qualche consiglio ai meno esperti.

Quello di seguito è il mio articolo.

Va bene, non sapevo se fosse il caso di farlo, ma alla fine ho deciso che lo era e allora anch’io mi ritrovo a scrivere qualcosa su quel fenomeno nostrano, ma che ha tutte le carte in regola per varcare i confini territoriali salentini, che risponde al nome di Andrea Baccassino.

D’accordo, probabilmente non c’era alcun bisogno di una nuova analisi della fenomenologia legata a questo nome, dal momento che su di lui hanno scritto fior di personalità della nostra cultura, personalità di respiro nazionale e internazionale, ultimo tra i quali il nostro Livio Romano in un bellissimo articolo sul Corriere del Mezzogiorno.

Tuttavia le mie considerazioni partono da una prospettiva diversa: quella di chi siede di fronte ad un palco ed assiste ad un’esibizione, libero dalla preoccupazione di inquadrare in un’elaborazione critica le emozioni di uno spettacolo e, quindi, meglio disposto a farsene coinvolgere. In altre parole la prospettiva di uno spettatore. Che poi, a ben vedere, è quella che maggiormente interessa a chi è sul palco, dal momento che ha la prerogativa essenziale dell’immediatezza del riscontro, della verifica inequivocabile dell’indice di gradimento.

Essendoci stato diverse volte, tra il pubblico, ho potuto constatare di persona che durante i suoi spettacoli si verifica un vero e proprio processo di osmosi tra il palco e la platea, sotto forma di un’autentica “corresponsione di amorosi sensi” che fa sì che lo spettacolo debordi dal suo naturale contenitore, il palco, per invadere la platea sotto forma di un coinvolgimento psicofisico totale degli spettatori. Coinvolgimento che genera reazioni a catena che il nostro è pronto a sfruttare a suo vantaggio, dimostrando un mestiere da consumato professionista della risata.

Sono persino arrivato alla conclusione che si tratti di una vera e propria sindrome che coinvolge il sistema neurovegetativo simpatico (non a caso), sindrome che ho battezzato col nome di “baccassite”.
La “baccassite” è una sindrome endemica del territorio neretino, ma da qualche anno a questa parte si manifesta sempre più spesso a macchia di leopardo in tutto il Salento. Essendo estremamente infettiva, minaccia di dilagare su tutto il territorio nazionale, con effetti che allo stato attuale non è facile prevedere.

Colpisce soggetti di tutte le età e di tutte le condizioni sociali, purché abbiano assistito almeno una volta ad uno spettacolo di Andrea Baccassino. Nella sua forma più perniciosa si può trasmettere perfino attraverso l’ascolto dei vari CD che il nostro ha prodotto, generando strani fenomeni di schizofrenia linguistica in numerose canzoni che fanno parte del nostro patrimonio musicale collettivo, di solito migliorandole nettamente a livello di contenuti.

Gli effetti della “baccassite” sono pressoché immediati su soggetti dalle basse difese immunitarie, di solito pingui casalinghe e lavoratori dell’edilizia e dell’agricoltura. Tardano un po’ a manifestarsi su soggetti dotati di forti difese immunitarie, come docenti della scuola primaria e secondaria, professori universitari, avvocati e professionisti delle varie tipologie. Quelli più resistenti all’infezione sono gli avvocati penalisti, sempre pronti a ricorrere in appello alle prime avvisaglie di risata grassa e disposti a lasciarsi andare solo dopo sentenza della cassazione.

I sintomi della sindrome sono quanto di più vario si possa immaginare, dal momento che sono molto soggettivi, dipendendo direttamente dalle caratteristiche morfologiche del soggetto. Il disturbo più diffuso si evidenzia in un persistente stato di tensione dei muscoli facciali che dispongono l’espressione dei presenti in configurazione da sorriso perenne, con frequenti accessi di risa sguaiate ed emissione di fonèmi sotto forma di ripetitivi monosillabi e, nei casi gravi, di emissioni acute e prolungate in condizioni di apnea, seguite da violenti spasmi del diaframma per sopperire alla conseguente scarsa ossigenazione cerebrale.

 Il soggetto colpito da questo disturbo assume di solito una forte colorazione rossastra ed è oggetto di una intensa lacrimazione che, associata al mal di pancia incipiente, farebbe pensare alle classiche lacrime di coccodrillo, se non fosse evidente l’origine extragastrica del sintomo. Il malcapitato viene anche scosso da involontari movimenti del busto e delle articolazioni che mettono a dura prova la resistenza della sedia che lo sostiene. Un quadro clinico decisamente poco rassicurante, anche perché spesso la “baccassite” reitera i suoi effetti a lungo termine, ben oltre il lasso temporale dello spettacolo, grazie ad un meccanismo psicosomatico noto col nome di “strincolo” che a volte si innesca senza possibilità alcuna di poterlo controllare.

Ma quali sono, in concreto, le cause scatenanti di questa sindrome? Secondo la mia esperienza credo dipenda tutto da un meccanismo di identificazione dello spettatore con i vari personaggi proposti da Baccassino, personaggi intrisi di un’umanità greve ma emblematica di un tipo di società ormai in via di estinzione, la cui progressiva scomparsa, di cui si inizia ad avere il sentore, genera un sentimento di nostalgia direi preventiva. Questo grazie al garbo e alla ricchezza di colori con cui Baccassino descrive il loro mondo, le loro problematiche eternamente legate alla preoccupazione di portare a casa il pezzo di pane quotidiano, facendoci immedesimare ben aldilà di quella che può essere una nostra esperienza diretta.

Ecco quindi che lo spettatore non può non condividere la preoccupazione di un intonacatore contrariato per la scomparsa della sua “andita”, per lo stato precario dell’”ape” dal semiasse fragile, per la bidoniera che non si avvia costringendo il ragazzo a impastare manualmente la “tunica” per non pregiudicare l’esecuzione della prima mano di intonaco, incorrendo nelle ire di mesciu Lelè.
Allo stesso modo non si può non condividere le preoccupazioni dell’agricoltore per il carico di “scalore” smarrito, per la vigna da irrorare e da “portare avanti”, per il grano da mietere a mano, per la provvista di vino nuovo andato a male, per la motozappa da sei milioni andata in fumo pregiudicando l’aratura di quelle “quattro orte” ai Paduli e via discorrendo.

Tuttavia anche il mondo giovanile è ben rappresentato, con il classico paninaro da discoteca con occhiali a forma di “cazzogna” e ragazza esigente dal nome esotico e dalle abitudini quanto mai provinciali da portare al mare. Per non parlare poi degli immancabili abitanti di Collemeto, ridente frazione di Galatina a lui molto cara.

Un solo avvertimento alla fine di tutto: se venite colpiti da “baccassite” acuta non cercate di resistere: lasciatevi andare con fiducia, vi farà soltanto del bene. Nessuno è mai morto di risate.

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