L’Opinione:”Dieci anni, mille bugie”…

Ponti, strade, porti e faraonici tunnel verso l’Europa. Uno Stato leggero, iper tecnologico, digitale. Un Parlamento finalmente snello. Una giustizia rapida con le norme riscritte da capo. E poi il Piano per il Sud, e soprattutto, la realizzazione dello slogan della vittoria, il lasciapassare per la Storia, la Rivoluzione Liberale. 

Via le tasse e, signore e signori, un Codice Fiscale Unico al posto di 3 mila leggi. Dopo Giustiniano e Napoleone, il Codex Berlusconi, uomo sobrio, cortese, animo bucolico e agreste. Italia 2010, il paese che non c’è. Il paese dei sogni? No, il paese di Silvio. Quello che aveva garantito nel 2001 con il libro spedito alla vigilia della campagna elettorale nelle case degli italiani per presentare lo Stato che avrebbe costruito in dieci anni, a immagine e somiglianza della sua vita e della sua vis.

Ben più che un programma, un album di famiglia, una tavola delle leggi, la proiezione di quello che sarebbe diventata l’Italia sotto la sua guida. Il titolo, indimenticabile, “Una Storia Italiana”.

Dieci anni dopo, il Decennio si rivela per quello che è, una storia all’italiana: biografie candeggiate, promesse mirabolanti, progetti grandiosi. Tutto ancora da fare. “Prima della fine della legislatura arrriveremo a un codice unico di norme fiscali”, annuncia con l’aria di chi ne ha inventata una clamorosa il 9 giugno alla Confartigianato. Platea di personcine davvero educate o un bel po’ smemorate. Infatti, la stessa scena si era ripetuta nello stesso posto due anni prima, e forse due anni prima ancora. Di certo era una delle cinque grandi missioni per cambiare il Paese. “Ecco l’Italia nuova, il progetto della Casa delle libertà, l’Italia del 2010”, annunciava il cahier berlusconiano nella primavera 2001, quando Obama era solo un avvocato di Chicago, un caffè costava 800 lire e le Twin Towers erano ancora al loro posto. Invece del mondo nuovo, resta un diluvio di leggi ad personam, nessuna grande opera, solo se si escludono lifting e trapianti di capelli. Per tutti gli altri gli anni sono passati (invano), lui si comporta come se fosse sempre ai blocchi di partenza, come se fosse l’Anno Zero di Silvio.

Nel 2000 aveva decretato: via l’Irap, “che io chiamo imposta rapina”. Al massimo due aliquote, una al 23 e una al 33, poi esenzione totale per famiglie con redditi bassi. Fatto e stampato. Ma qualcosa deve essere andato storto. Perché due mesi fa, il Presidente Annunciatore ha preso un altro impegno solenne: “La prima cosa che faremo sarà pensare alle famiglie numerose”. E la seconda? Indovinate: via l’imposta rapina. Peccato che, ha fatto sapere Giulio Tremonti, costi almeno 40 miliardi di euro e serva a finanziare la sanità. Un dettaglio per il Cavaliere: quando andrà al governo, allora sì che vi farà vedere come si fa. Nell’attesa, le due aliquote sono rimaste nel libro dei sogni: “Le faremo entro la fine della legislatura”, ha ribadito il 27 marzo, “come da me immaginato nel ’94”. Appunto, l’immaginazione al potere.

“Meno tasse uguale più investimenti uguale meno disoccupazione uguale più ricchezza”, calcolava a inizio decennio. Al termine del decennio l’equazione è esattamente invertita: più disoccupazione, meno investimenti e la pressione fiscale in aumento: nel 2009 è salita al 43,2, tre punti sopra la media europea, “caso unico tra le grandi economie”, sottolinea perfino il compassato Istat. Beh, almeno un record è stato raggiunto.

Grandi opere nel 2000? Grandi opere nel 2010. Le stesse. Per forza, non sono state mai fatte. Eh sì che non si è mica stati con le mani in mano. Prendiamo la grande opera per eccellenza, il Ponte sullo Stretto di Messina: “I lavori sono già partiti con puntualità”, ha dichiarato orgoglioso il ministro Altero Matteoli, otto anni dopo il primo decreto. Peccato che non sia vero, il cantiere non è stato ancora aperto, si comincia solo a lavorare, forse, sulla linea ferroviaria di Cannitello. A furia di annunci, il ponte è diventato la cattedrale al governo del non fare. Come la Salerno-Reggio Calabria: il Dpef 2002 del governo Berlusconi giurava che l’ampliamento sarebbe terminato nel 2006, in tempo per le elezioni. Ora si punta al 2013: altro anno elettorale. Il Mose di Venezia: prima pietra nel 2003, ora a fatica a metà strada avendo già consumato quasi tutto lo stanziamento: 3,2 miliardi di euro già spesi su 4,2. La sola infrastruttura portata a termine è l’ampliamento by Anemone del patrimonio immobiliare dell’ex ministro Pietro Lunardi, l’uomo dei tunnel. Un professionista delle ristrutturazioni: le sue.

 

 

Fonte: L’Espresso

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