Dopo la mesta caduta delle altre stelle, a Port Elizabeth è naufragata anche la grande più grande di tutte. Sotto i colpi dell’Olanda e di Wesley Snejder torna a casa il Brasile, la favorita numero uno per la vittoria nel campionato del Mondo, gettando nel lutto sportivo un intero paese. 

 

Come Ghiggia e Schiaffino nel 1950, come Paolo Rossi nel 1982, come Zidane nel 1998, la faccia del “Port Elizabethaz” – il disastro di un Brasile che a fine primo tempo pensava già alla finale di Johannesburg – è quella di Wesley Sneijder. Ma stavolta la Seleçao un colpevole se lo è ritrovato anche in casa: si tratta di Felipe Melo. Il centrocampista della Juventus è stato l’immagine della disfatta e della partita: positiva nel primo tempo con l’assist, ma anche disastrosa nella ripresa. Sono stati suoi la frittata difensiva con Julio Cesar (è l’autore della deviazione decisiva che ha propiziato il pareggio olandese) e il pestone brutto e cattivo rifilato a Robben poco dopo il gol di Sneijder, che ha lasciato il Brasile in dieci quando c’erano ancora venti minuti per cercare di rimettere in piedi la partita.

Un Paese intero ha individuato melo come capro espiatorio: Ronaldo, rimasto in Brasile a fare il grillo parlante e la voce critica del calcio brasiliano, lo ha addirittura invitato a evitare di «passare le ferie in Brasile». Se ne va a casa così un Brasile che non ha saputo mettere a frutto tutta la tecnica, la fantasia e il potenziale offensivo di cui dispone e che nel primo tempo, quando ha creato una marea di palle gol, sarebbe dovuto riuscire a far più male all’Olanda. E che nella ripresa ha visto sgretolarsi sotto gli ordinati attacchi olandesi una difesa la cui solidità era assurta a un mito quasi indiscutibile. Va in semifinale invece un’Olanda bella e giudiziosa, che non si è fatta asfaltare quando il Brasile ha provato a imprimere il proprio ritmo alla partita e che ha saputo trovare i colpi per mandare al tappeto lo squadrone che assaporava la vittoria. Con un andamento della partita che richiama sinistramente quello che è passato alla storia come il “Maracanazo” la disfatta nella partita finale contro l’Uruguay nel mondiale casalingo del 1950.

Nel primo tempo, infatti, il Brasile avrebbe potuto farne anche tre o quattro. Con una partita messasi subito in discesa con il gran gol di Robinho, ispirato da Felipe Melo, e con i genietti olandesi imbavagliati da Lucio e compagnia. Ci hanno provato, andandoci molto vicini, anche Juan, Kaka (provvidenziale l’intervento del portiere Stekelemburg) e Luis Fabiano. Ma nella ripresa si è vista tutta un’altra partita: Sneijder ha preso per mano la squadra e dopo otto minuti ha propiziato il gol con un cross diventato una conclusione. Melo non solo ha fatto perdere l’orientamento a Julio Cesar in uscita, ma l’ha anche spedita in porta con la nuca. L’Olanda ha preso coraggio e con la sua fitta rete di passaggi ha catturato il Brasile: passando poi al 23’ quando Sneijder, di testa, ha corretto in porta un calcio d’angolo, sgretolando la granitica difesa di Dunga. Quando Felipe Melo ha dato un pestone da rosso diretto a Robben che si trovava a terra, il Brasile ha mostrato il suo volto di gigante colpito a morte e senza forze per reagire.

Sneijder prima e Huntelaar poi hanno addirittura sprecato il tris, forse per quell’eccesso di sufficienza che Van Marwijk aveva individuato alla vigilia come l’errore da evitare. Ma ormai non c’era più niente da perdere: il Brasile, stordito, era già di fatto eliminato. L’Olanda con uno Sneijder stellare, un Robben in palla e una difesa che sbaglia pochissimo è ora autorizzata a sognare.

 

Fonte: LaStampa

 

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