Un boato improvviso, e subito dopo polvere e macerie su persone, auto, bagagli.

 L’atrio della stazione centrale di Bologna si riempie di sangue e detriti, sulla pensilina del primo binario – dove l’esplosione investe anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea in ritardo di un’ora sulla tabella di marcia – le urla dei feriti, di amici e parenti delle vittime si mischiano a volti annichiliti dallo choc e dall’orrore. Sono i fotogrammi della memoria dei primi minuti dopo le 10.25 del 2 agosto 1980, un torrido sabato di esodo verso le vacanze. L’esplosione squarcia l’ala sinistra della stazione su piazza Medaglie d’Oro: la sala d’aspetto di seconda classe, gli uffici del primo piano, il ristorante.

Nel ristorante-bar-self service perdono la vita sei lavoratrici; tra le vittime anche due taxisti in attesa di clienti nel posteggio davanti all’edificio polverizzato dallo scoppio. 85 morti e 200 feriti: la strage piu’ sanguinaria d’Italia cancella storie e persone di ogni eta’ e provenienza. ”Aspettavo clienti da 20 minuti – ricordava all’ epoca il taxista Franco Agresti, allora 50enne, che se la cavo’ con un tallone fratturato – Parlavo con Francesco Betti e Fausto Venturi (i due colleghi morti nella strage, ndr) quando decisi di entrare nell’atrio, il sole picchiava forte. Raggiunsi una cabina automatica per le foto; in quel momento, l’ esplosione. Quando riuscii ad uscire, dolorante, sul piazzale vidi a terra i due colleghi. Per loro non c’era piu’ nulla da fare, e allora andai ad aiutare Alessandro, un altro taxista, rimasto ferito. Era a terra, perdeva molto sangue, ma si salvo’. Anche la mia auto, un’Opel Ascona 1200, era semidistrutta”. Davide Bendini, ferroviere, era sulla pensilina del primo binario, dalla parte opposta a quella del fabbricato devastato dall’esplosione. Quella mattina doveva arrivare a Bologna dalla Sicilia verso le 6, ma il convoglio giunse in stazione solo alle 9.20. Si reco’ negli uffici per le consegne, si avvio’ verso il piazzale ovest e si fermo’ a parlare con un amico. Una sosta provvidenziale. Era a meno di 30 metri quando ci fu lo scoppio: ”Sentii un fischio breve, poi un boato”, ricordava.

”Mentre una mano immensa mi spingeva indietro, vidi la tettoia della pensilina del primo binario cadere sull’Adria Express. E tutta l’ala colpita alzarsi e ricadere tra fumo e polvere. Un uomo perdeva sangue dal capo, lo alzai e lo portai fuori, dove stavano arrivando le prime ambulanze”. Bendini lavoro’ per ore e ore senza sosta con vigili del fuoco, forze dell’ordine, Esercito, volontari, per cercare di salvare vite. Un bus Atc della linea 37, la vettura 4030, divento’ simbolo di quel terribile 2 agosto, trasformandosi in un improvvisato carro funebre che aveva per capolinea la Medicina legale (allora era in via Irnerio, a poca distanza) per trasportare le salme. Alla guida si mise l’imolese Agide Melloni, classe 1949: ”Mi chiesero di portare via i cadaveri con il bus. Dal mattino alle tre di notte, con i lenzuoli bianchi appesi ai finestrini. Ma in ogni viaggio c’era qualche soccorritore con me per sostenermi”.

Quella sera in piazza Maggiore fu indetta una manifestazione, la prima risposta di mobilitazione politica, mentre a tarda notte all’obitorio, dove le celle frigo sembravano non riuscire a contenere cosi’ tanti corpi, un maresciallo dei carabinieri continuava a tentare di dare un nome alle salme. Un’identita’ affidata a volte solo a brandelli di indumenti o di documenti, a un anello, ai resti di una catenina. Il giorno dei funerali, nel discorso pronunciato davanti ad un commosso Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, il sindaco Renato Zangheri ricordo’ che lo stesso copione era stato provato sei anni prima sull’ Italicus: ”La stessa citta’, lo stesso nodo ferroviario, gli stessi giorni delle vacanze, forse – disse – lo stesso proposito di recitare il crimine anche sul corpo di viaggiatori stranieri, e quindi di dimostrare ad altri popoli e governi la debolezza della nostra democrazia”.

 

Fonte: Ansa

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