Le sentenze,tutte ormai definitive, parlano di “coesistenza di specifici interessi, anche all’interno delle istituzioni, all’ eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale Carlo Alberto dalla Chiesa”.

Ma anni di processi non hanno fatto luce sul ruolo di soggetti diversi da Cosa nostra nell’eccidio di via Carini. A ricordare oggi, nel giorno del ventottesimo anniversario, la figura del prefetto di Palermo è il ministro dell’Interno Roberto Maroni che ha deposto una corona di fiori sul luogo dell’eccidio.

Una messa sarà celebrata nella caserma dei carabinieri intestata al generale, in corso Vittorio Emanuele. Insieme con Dalla Chiesa vennero assassinati la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Il 3 settembre del 1982 la guerra che la mafia aveva dichiarato allo Stato segnò uno dei momenti più tragici. Sotto una pioggia di piombo cadde un simbolo delle istituzioni, costretto, negli ultimi giorni della sua vita, ad affidare al giornalista Giorgio Bocca l’amaro sfogo di chi ha capito di essere solo. “Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”, disse. Nell’ uccisione di Dalla Chiesa, massacrato a colpi di kalashnikov in via Isidoro Carini, mentre era in auto con la moglie, seguito dall’ Alfetta di scorta dell’autista, il ruolo esecutivo della mafia è ormai accertato.

La giustizia, però, si è fermata ai mandanti mafiosi, dunque, e agli esecutori materiali. All’ergastolo sono stati condannati i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo, Nino Madonia e a 14 anni i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Gli uomini della “cupola”, Totò Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco, erano già stati condannati al maxiprocesso, nato proprio da un rapporto di Dalla Chiesa contro 162 esponenti di Cosa nostra.

Quello che accadde la sera del 3 settembre in via Carini ha provato a descriverlo la Procura di Palermo, attraverso una simulazione dell’eccidio realizzata dagli esperti della scientifica. L’A112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518. A bordo c’erano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia che sparò dando le spalle al parabrezza.

Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l’ eventuale reazione dell’ agente di scorta. Dal giorno del suo insediamento erano passati poco più di 3 mesi, cento giorni. Il 30 aprile 1982 Dalla Chiesa era giunto in Prefettura a bordo di un anonimo taxi.

 Durante i giorni che precedettero la strage di via Carini cercò di rispondere allo strapotere delle cosche e di spezzare il legame tra mafia e politica. Le iniziative di Dalla Chiesa furono frenate da ostilità politiche ambientali e da una ridotta capacità di intervento. Il prefetto reclamò continuamente la concessione di poteri di coordinamento che solo dopo la sua morte, però, vennero formalizzati.

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Fonte: Ansa

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