Il discorso di Mirabello vale più per le cose che Fini non ha detto e fatto

Potremmo cavarcela osservando che Gianfranco Fini ci ha messo sedici anni per comprendere la vera natura di Silvio Berlusconi e concludere che non gli piace.

 Ma sarebbe una battuta da avanspettacolo politico e, per il rispetto che comunque si deve ad un leader, non si può liquidare il suo “discorso alla nazione” (come impropriamente è stato definito alla vigilia dai suoi supporter) di Mirabello minimizzandone la portata. Portata, senza girarci intorno, dirompente. Non tanto per quel che ha detto, ma per ciò che non ha detto.

Motivi di opportunità politica, ben chiari a tutti, hanno consigliato il presidente della Camera – che poco prima di salire sul palco ha dovuto sostenere un duro confronto tra moderati ed estremisti della sua compagine, finendo per accontentare i secondi, come è facile capire rileggendo i passaggi più significativi del suo comizio – a non precisare, anche perché le condizioni politiche generali non lo consentivano, le finalità della sua formazione che non è ancora un partito politico vero e proprio, ma agisce come se lo fosse. E questo è il punto più oscuro e problematico che non consente alla coalizione di vivere serenamente i tempi che verranno.

Insomma, di Futuro e libertà ci si può fidare? E fino a che punto? L’interrogativo verrà sciolto con il trascorrere delle settimane, ma certo è che diventa difficile governare sotto una spada di Damocle. E, soprattutto, non è un modo corretto di porsi come terzo elemento della maggioranza stando oltretutto, almeno per adesso, nello stesso partito, il Pdl, che Fini ha seppellito senza le dovute onoranze funebri.

Che la creaturina berlusconiana, nata male e vissuta peggio, non lo soddisfaceva era chiaro a tutti. E quanti, a cominciare dal sottoscritto, facevano notare che il partito unitario del centrodestra doveva essere l’approdo di un dibattito fruttuoso e virtuoso, non vennero ascoltati da chi pure liquidò il discorso del predellino come “comiche finali”, salvo poi, senza avvertire nessuno, chiedere a Berlusconi di aderire al nuovo soggetto politico. Possono nascere così i partiti? Credo che perfino le bocciofile vengano fondate in maniera più adeguata allo scopo.

Nessuna autocritica al riguardo e soprattutto nessuna analisi Fini ha ritenuto di proporre sul fallimento della sua esperienza nel Pdl dopo averne assecondato la nascita ed il percorso costituente che, ripeto, non a tutti piaceva. E soprattutto si è dimenticato di dire che se Futuro e libertà si qualificherà sempre di più come “partito di lotta e di governo”, coerenza vorrebbe che i suoi ministri e sottosegretari si dimettessero posto che, per la contraddizione che nol consente, è difficile stare con due piedi in una scarpa. Vorremmo sapere dagli interessati e dal presidente del Consiglio come si atteggeranno al riguardo.

Da Fini ci saremmo aspettati, al di là dei comprensibili accenti ispirati dall’occasione, che cosa hanno fatto o non hanno fatto lui e l’ex-An per tentare un amalgama che desse corpo e sostanza al nuovo partito. Silenzio. Un silenzio carico di inquietudini poiché se l’esperimento non è riuscito politicamente, mentre dal punto di vista elettorale sembra essere stato assai soddisfacente, la responsabilità è stata soprattutto di quella Destra che è stata abbandonata da chi in essa si identificava non curandosi di portare nel Pdl la propria esperienza storica ed il proprio bagaglio ideologico-culturale al fine di tentare una nuova sintesi sulla quale fondare l’identità del partito nuovo.

Tracce di tutto questo a Mirabello e dintorni non se ne sono trovate. Fini ha corso in solitaria, come si dice, negli ultimi due anni, stravolgendo i principi ed i valori sui quali la “sua” Destra si era andata articolando. Perché l’ha fatto? Resta un mistero.

Così come misterioso ci appare il percorso che immagina da oggi in poi. Pensa davvero il presidente della Camera di continuare a sostenere il governo, dettando ogni giorno condizioni che inevitabilmente lo logoreranno, e nel frattempo costruire rapporti che dovrebbero sfociare in alleanze programmatiche ed elettorali con altri soggetti? Furbescamente questa manovra nessuno può chiamarla ribaltone, tecnicamente, ma nei fatti lo è. Naturalmente speriamo di sbagliarci.

E da ultimo, nel “discorso alla nazione”, se non ci siamo distratti, non abbiamo colto neppure un riferimento politico-culturale del nuovo soggetto. Al punto di chiederci, generosamente, ma dov’è la Destra di Fini? Già dov’è? Interrogativo da sprovveduti. L’uomo e chi lo segue sono ben oltre. Forse aspirano ad andare laddove non c’è nessuno. E s’illudono di trovarci qualcuno.

Resta un ricordo dopo Mirabello. Era il 1987. Giorgio Almirante indicò in Fini il suo successore, colui il quale avrebbe portato la Destra nel XXI secolo. Non poteva sfiorarlo il pensiero che le cose sarebbero andate diversamente. E non era il solo ad immaginare che quel suo piccolo partito un posto al sole lo avrebbe conquistato finalmente. Ci abbiamo creduto in tanti, fino a poco tempo fra. Poi la stella di Austerliz è tramontata per far luogo alle ombre di Waterloo. La Destra non esiste più. Politicamente. Non è detto che non possa rinascere in un moderno movimento conservatore, fedele a principi non trattabili e a valori profondamente vissuti. I volontari non dovrebbero mancare. A cominciare da tutti i maldestri.

 

Fonte: loccidentale

 

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