Tra i 18 e i 6 milioni  di anni fa, durante un periodo piuttosto prolungato di invasione parziale del mare sul Salento, venivano depositati quei sedimenti marini consolidati che noi chiamiamo Pietra Leccese.

 

 Come una preziosa e avvolgente ‘glassa’ , i fini sedimenti marini si uniscono compatti, dando origine alla splendente pietra che si sovrappone al durissimo strato ‘dolomitico’ già esistente. La nostra civiltà salentina, dunque, è generata da, su e con questa pietra. Guadiamoci attorno, grazie ad essa, infatti, sono nate le nostre luminose città.

Motivo di orgoglio e di evidente, pratica lavorabilità, la pietra leccese è diventata un codice linguistico con tutte le sue varianti e declinazioni proprio a conferma della sua complessità tipologica. Dalle austere e mastodontiche fortezze, al fitto brulichio finemente cesellato che a guardarlo, fa quasi rumore, la pietra ha potuto privilegiarsi di espressività al limite del possibile.

 Le nostre case, colore delle città, la luce dei paesaggi parla della nostra pietra. E’ il trattamento della pietra leccese che ci può far comprendere il sublime pensiero di Henri Focillon quando rivela: “… ogni materia ha la sua vocazione formale, ogni forma ha la sua vocazione materiale”. Già nel 2004 riconfermai nell’intervento della Loggia progettata da Arata Isozaki per la nuova uscita degli Uffizi a Firenze, la possibilità di trasformare la struttura dell’architetto giapponese, in un’installazione temporanea.

 Auspicavo, in quel caso, l’ipotesi di trasformarla nel tempo, aprendo nuovi spazi progettuali ad altri artisti e designers capaci magari di creare altre soluzioni per quel bellissimo spazio. Poi, per la soluzione dell’Auditorium di Ravello progettato da Oscar Niemeyer , invece il discorso era totalmente diverso.

 Occorreva, in quella zona, un altro tipo di approccio, un’altra sensibilità e responsabilità ‘segnica’. Un utile intervento capace di consolidare uno spazio, per qual luogo, da decenni, ‘in attesa’ di completamento, con un ‘gesto’ architettonico che solo un maestro come Niemeyer poteva  dare (i miei interventi sono in rete).

http://www.architettiroma.it/archivio.aspx?id=6277
http://www.architettiroma.it/archivio.aspx?id=5000
http://culturasalentina.wordpress.com/2010/07/28/a-proposito-del-caravaggio-a-lecce/

Ora, tornando alla nostra pietra leccese, ritengo che l’opera del maestro Pignatelli alta 8m. e larga circa 2m. posta sulla rotatoria all’entrata di Lecce da Brindisi, palesi, anzi, rappresenti secondo me, un’evidente provocazione per innescare, magari, la giusta discussione sul dibattito dell’arte urbana nel nostro ricco Salento.

Vorrei perciò porre una riflessione per arricchire il dibattito che parta dal ‘senso’ e che arrivi al significato dell’opera. L’esegesi rivelata da maestri dell’architettura sulla discussione complessa intorno al barocco leccese come Brandi, Calvesi, Manieri-Elia, Zevi, introducono l’argomento comprovandone l’orgiastica raffinatezza, la densa proliferazione dell’ornato fino a produrre quell”angiolatria feticistica”, di derivazione controriformistica, cogliendo l’elegante fattura.

 E, mentre, le rinnovate, contemporanee interpretazioni studi e ricerche, traducono l’inedita derivazione stilistica specialmente, nell’uso, interessante, (a mio modo di vedere) del carattere iperdecorativo delle superfici, assolutamente lontane dal barocco, ma riferite sicuramente all’uso delle ‘macchine da festa’, figlie della tradizione del Regno di Napoli con echi spagnoli, rispondo alla provocazione stimolandola ancora di più, aggiungendoci che, l’opera è perfetta, ma come ‘installazione temporanea’.

Dopo l‘estate, infatti, apprezzando il regalo dell’artista, spero lasci il posto, ad altre opere d’arte di artisti e designers salentini. Anche per un motivo oltremodo provocatorio e che per primo, mi ha spinto a questa mia osservazione; simulare la ‘mater terrae’ pietra leccese, per un salentino, con ‘vetroresina’, a mio modesto parere è semplicemente imperdonabile. A questo punto, sarei curioso di conoscere il parere, all’Osservatorio Urbanistico di Calimera.

Cosa ne pensa di quest’opera? E come ci si pone, se per assurdo 100 artisti regalano 100 opere ai comuni. E’ d’obbligo, senza nessun giudizio o commissione tecnica, vincolare aree e spazi, per queste creazioni solo perchè regalate? Non sarebbe meglio far ruotare le installazioni per far condividere questa ricchezza artistica tra tutti i comuni del Salento? Variare infatti le forme nei luoghi, inserendole in paesaggi sempre nuovi, potrebbe innescare circoli virtuosi di interesse per la divulgazione dell’arte, in questa zona.

Paolo Marzano
un salentino

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