La Revolución manda l’avviso di licenziamento

E alla fine ci siamo arrivati davvero, alla rivoluzione della Rivoluzione. 

 E ci siamo arrivati anche di brutto, più di quanto appaia a una prima lettura: le parole di Raúl Castro nel comunicato del sindacato di regime – «500 mila lavoratori statali perderanno il proprio posto per fine anno» – non sono poi così catastrofiche; vi si dice di sprechi di risorse, di crisi da affrontare, di sussidi da rivedere, di necessità di risparmiare sulla spesa pubblica, e va anche bene, sono le formule dell’ipocrisia del fallimento, ma resta che la sicurezza del lavoro che il socialismo cubano («el comunismo tropical») garantiva a tutti, giovani e vecchi, bianchi e mulatti e neri, e naturalmente a carico delle casse della Revoluciòn, ora è cancellata, per sempre.

Si va all’economia privata. Finisce un lungo tempo, adesso saranno lacrime e sangue. Il fantasma del capitalismo ora si affaccia al muretto del Malecòn all’Avana, e non pare un bel vedere a chi aveva vissuto anni e decenni che forse erano anche stenti ma erano sempre senza tasche vuote e sempre servizi da pagare.

E di lacrime sa davvero, a sentirlo al telefono da laggiù, nella sua casa di Miramar, Rubén F., una cinquantina d’anni, impiegato del Ministero della Salute Pubblica. Gliel’hanno detto subito, di questo licenziamento di massa, e si sente «come abbandonato in mezzo al mare». Un mare pieno di squali. Lui è un brav’uomo, ha tre figli e un paio di mogli, una anche molto giovane, e l’impiego gli serviva non tanto per i pesos che portava a casa a fine mese (non più di 20 dollari), ma per le «opportunità» che il suo lavoro al ministero gli consentiva (a Cuba le «opportunità» sono i traffici di ogni tipo che chiunque pratica nella sopravvivenza quotidiana, dal piccolo furto nel posto di lavoro ai mille mestieri dell’arrangiarsi sul fronte semiclandestino dell’illegalità). Rubén ora teme d’esserci anche lui, in questi 500 mila nuovi disocuupati, e pensa che gli toccherà darsi da fare senza più nessuna cintura di salvataggio; e non è sicuro di saper tenere a bada gli squali.

Rubén non pagava la scuola dei figli, non pagava il medico e il dentista, e, quanto allo stomaco da riempire ogni giorno, la «libreta» gli garantiva un pasto comunque, magro, molto magro, ma un pasto comunque. I 500 mila mandati ora a spasso non cambiano la scuola (anche se ideologizzata) gratuita, e non cambiano il medico gratis (anche se senza medicine) e il dentista gratis (anche se mancano strumenti e anestetico), e non cambiano nemmeno le poche rarefatte forniture di olio o di pasta o di riso (o di carne quando ce n’è).

E però quei 500 mila «parados» dicono che il tempo della illusione è finito davvero, e per sempre, e che sta arrivando un futuro che nessuno conosce bene. Rubèn diceva ieri al telefono che ne hanno parlato a lungo, nelle stanze del suo ministero, lui e i suoi colleghi, e c’era chi diceva che è solo l’inizio e presto ne vedremo di belle, e chi invece parlava di un ibrido che sta nascendo tra socialismo e capitalismo, ma c’era anche chi imprecava, sottovoce, molto sottovoce, sui traditori e sui sacrifici inutili di tutta una vita.

Sono storie inevitabili, quando finisce un regime. Den Xiaoping aveva aperto il futuro della Cina lanciando il suo slogan che vale la Storia: «Arricchirsi è bello». Ma era la Cina, e comunque Raùl ancora non ci è arrivato, naviga nel mare procelloso di una crisi da affrontare senza risorse e accompagnata dal timore che Gorbaciov, a Mosca, l’avevano messo in pensione, e ben gli era andata che in giro non c’era più né Stalin né Beria.

Fidel, il Lìder Màximo, un paio di giorni fa aveva detto che «a Cuba il socialismo non va più bene»; poi si era rimangiato le parole, lo avevano frainteso. Ma dal telefono gracchiante dell’Avana, Rubén sente che «il tornante ormai è girato». Lui non vede quello che c’è dietro ma, in un Paese dove il 90% dei lavoratori erano dipendenti dello Stato, tirarne via di brutto il 13%, e dire anche che un altro mezzo milione dovrà trovarsi presto come farcela da soli, se non è una rivoluzione poco ci manca.

Raùl li esorta a mettersi in proprio, cercarsi un lavoro, un negozio, un mestiere; a dirlo sembra facile, manca però la mentalità, la cultura, anche le strutture. Sì la Cina, sì il Vietnam, ma questa è un’isola in mezzo al mare.

A Washington – dove c’è Obama e il suo progetto di un mondo nuovo – seguono con attenzione le notizie dell’Avana, fanno le analisi, disegnano scenari; a Miami – dove ci sono gli esuli da Cuba – fanno invece i conti del tempo che manca, lustrano gli yacht con cui tornare, sentono d’aver vinto.

Ma non è detto, che il futuro sia già stato scritto. Nell’isola dove un tempo ci fu l’illusione del comunismo in un solo Paese, l’ingessatura del sistema tiene ancora, si va avanti a piccoli passi. Quello di ieri è stato però qualcosa di più, cambia una storia. C’era una volta la Revoluciòn.

 

{jcomments on}

 

Fonte: La Stampa

I commenti sono chiusi.