Voto o navigazione a vista: due rischi che il governo del fare non può correre

“Se il malato passa la notte se la può cavare”. E’ quanto dicono i medici al capezzale di un moribondo nel tentativo di non allarmare i parenti (sempre che essi non aspirino ad incassare al più presto l’eredità).

 In Italia la “notte” dei governi e delle legislature coincide con una stagione, la primavera. Se si riesce ad attraversare indenni la “stagione dei fiori” si guadagna sicuramente un altro anno.

Il sistema politico, con i suoi imprescindibili adempimenti autunnali (ora anticipati a cavallo della estate) favorisce la regola non scritta per cui o si vota in primavera o si va avanti ancora un anno, anche in caso di elezioni anticipate. Solo la Lega può pensare che si possa andare alle urne a novembre in piena sessione di bilancio. Sia detto per inciso: questo partito somiglia sempre più al vecchio Pci e crede di potersi permettere tutto in nome della sua storica “missione” (era infatti il Pci che – con Giancarlo Pajetta – chiamato ad optare tra la verità e la rivoluzione sceglieva comunque quest’ultima). Chi scrive si augura, con Silvio Berlusconi, che si arrivi al 2013, a vele dispiegate.

Il Paese non trarrebbe alcun giovamento da una interruzione della legislatura in una fase di ripresa tuttora incerta e precaria, densa di problemi e criticità. Le previsioni più recenti tracciano uno scenario economico che deve indurre alla riflessione. Con i trend di crescita attesi (sempre che si realizzino) il paese tornerà ai livelli del 2007 solo alla fine del 2013, più tardi dei nostri partner.

Peraltro, la crescita per un lungo periodo non determinerà incremento di occupazione essendo le imprese impegnate a recuperare le riduzioni di orario grazie alle quali sono riuscite a contenere i licenziamenti. In sostanza, prima di assumere nuovi occupati i datori di lavoro faranno rientrare dalla cassa integrazione i dipendenti rimasti in forza durante le fasi acute della crisi. Il nostro impegno allora, deve essere rivolto ad accelerare il percorso di crescita, senza venir meno ai vincoli dei conti pubblici e in un contesto in cui la stabilità politica di un paese è il primo requisito di affidabilità richiesta dai mercati.

Andare ad elezioni anticipate vorrebbe dire che già da gennaio il governo tirerebbe i remi in barca e che per tutto il primo semestre del prossimo anno non ci sarebbe un governo nella pienezza dei suoi poteri, ammesso e non concesso che il quadro politico emerso dalle elezioni della prossima primavera consentisse la governabilità necessaria e non presentasse i sintomi di una instabilità ormai sul punto di diventare strutturale. I nodi, forse, si scioglieranno il 28 settembre quando il premier si presenterà alla Camera per verificare se esiste una maggioranza adeguata a portare avanti il programma presentato agli elettori. Occorrerebbe una svolta nel dibattito da parte di tutti. Troppi veleni sono in circolazione, troppe bombe sono innescate.

Il PdL dovrebbe prendere atto che ormai sono tre le gambe della coalizione di maggioranza, anziché cercare una sua autosufficienza a prescindere da Futuro e Libertà. Sorge però il dubbio che i seguaci di Gianfranco Fini cerchino effettivamente una pacificazione tra le componenti che appartennero al PdL. Tra di loro vi sono certamente dei moderati disposti a proseguire con lealtà, ma altri sicuramente fanno parte della congiura che vuole arrivare alla “soluzione finale” del berlusconismo, anche a costo di stringere patti innaturali con le forze della opposizione (il nostro non è un processo alle intenzioni ma una presa d’atto delle dichiarazioni di alcuni esponenti finiani).

Se il quadro politico dovesse logorarsi definitivamente (è questa la previsione più probabile) nei prossimi mesi resterebbe ben poco spazio per il governo del “fare”. Anche l’attuazione del federalismo incontrerebbe sensibili difficoltà man mano che si passerà ai decreti legislativi più impegnativi e delicati. E’ vero: a fronte di una legge delega già vigente la responsabilità dei provvedimenti attuativi spetta solo al governo. E’ difficile però ritenere che un governo pronto a passare la mano abbia la forza politica per sciogliere i nodi più delicati del federalismo (la sanità e la ripartizione del gettito fiscale).

Così la maggioranza si limiterebbe a concludere la sessione di bilancio predisponendo le misure mancanti, forse riuscirebbe a varare il “collegato lavoro” (il che sarebbe importante perché il provvedimento, che ha in vista sette letture, contiene norme molto importanti ferocemente contrastate dalla sinistra e dalla Cgil), ma non ci sarebbe spazio e tempo per tante iniziative legislative attese ed annunciate nel piano triennale del lavoro presentato dal ministro Maurizio Sacconi, tra cui lo statuto dei lavori e la revisione delle regole dell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi di pubblica utilità.

Per fortuna, il governo è riuscito a varare delle misure assai significative in tema di pensioni nonostante le iniziali timidezze e riserve. Un’altra importante riforma – quella del pubblico impiego voluta a tempo di record da Brunetta e in larga misura congelata in conseguenza dei tagli contenuti nella manovra estiva – continuerebbe a restare inapplicata. Al di là della attività legislativa che verrebbe a mancare, anche il governo perderebbe autorevolezza nel gestire sul campo gli effetti della crisi.

A fine anno, per esempio, verrà ad esaurimento la copertura straordinaria per gli ammortizzatori sociali che ha consentito di affrontare il crollo della produzione durante la fase acuta di una crisi che non e’ ancora conclusa. In sostanza, ci aspettano mesi difficili, sia se andremo avanti zoppicando e rincorrendo una maggioranza a geometria variabile ad ogni passaggio delicato e complesso, sia se saremo costretti al voto in primavera.

Resta solo da dire che anche il Pd non se la passa meglio di noi. Alla fine, una cosa, il PdL e il Pd, potranno farla insieme: coniugare il verbo implodere.

 

Fonte:l’Occidentale

 

 

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