“Simu salentini” e vogliamo una Regione tutta nostra

E’ singolare e bizzarro che proprio nel momento in cui il Governatore Nichi Vendola

si prepara per la candidatura alle prossime elezioni politiche, una parte della sua Puglia chieda di separarsi. Prima laboratorio politico dell’ormai fallito asse D’Alema-Casini, ora regione da riconquistare per rilanciare il centrodestra nel Mezzogiorno, la Puglia di Vendola rischia di trovarsi, in futuro, dimezzata. E’, infatti, un noto imprenditore salentino di successo nel settore delle telecomunicazioni, ad essersi messo in testa di realizzare la Regione Salento. Parliamo di Paolo Pagliaro che ha deciso di fondare, appoggiato e sostenuto da numerosi professionisti del territorio, il Movimento Regione Salento.

A quanto si legge dallo statuto, la Regione Salento sarebbe giustificata da ragioni storiche e culturali in quanto le province di Lecce, Brindisi e Taranto avrebbero un’identità comune. Tra gli argomenti utilizzati dai promotori c’è la convinzione che le tre province avrebbero anche la forza economica per essere una regione a sé. Turismo, Ilva di Taranto e Porto di Brindisi sarebbero i pilastri portanti di una ipotetica futura regione nell’ultimo lembo dello stivale. Questa nuova regione sarebbe la ventunesima in Italia, avrebbe circa 1.800.000 abitanti e sarebbe l’undicesima per popolazione.

L’esigenza e la necessità di una regione autonoma dalla Puglia nascerebbe dal cosiddetto “baricentrismo”. Bari, infatti, capitalizzerebbe la gran parte dei fondi europei e delle risorse pugliesi e sempre della città di Bari sarebbero tutti (o quasi) i dirigenti della Regione Puglia. Il Movimento Regione Salento, per realizzare questo progetto, intende perseguire non la secessione leghista, ma la procedura stabilita dalla Costituzione italiana (articolo 132), secondo il quale “si può, con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione di abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse.” L’obiettivo di Paolo Pagliaro e del suo Movimento è, dunque, quello di raggiungere in primo luogo il referendum. Per far questo, grazie anche ad una ovvia copertura mediatica, ha “creato“ nei cittadini salentini l’aspirazione ad un’autonoma Regione Salento.

Al momento, un solo comune si è espresso a favore, ma è probabile che altri lo faranno nei prossimi mesi. C’è, però, da registrare che i sindaci di Brindisi, Taranto e Lecce si sono già espressi, seppure con modalità diverse, in modo contrario e la discussione nei consigli comunali dei tre capoluoghi di provincia non è ancora avvenuta. Insomma, ammesso che si arriverà al referendum, i tempi restano ancora molto lunghi, anche perché una legge del 1970, a dire il vero ancora mai applicata, stabilisce che a votare al referendum dovrebbero essere non solo i cittadini dei territori che intendono separarsi, ma anche quelli dell’intera regione, in questo caso dell’intera Puglia. La questione è, comunque, oggetto di controversie giuridiche. Dopo l’eventuale referendum, che in questi casi è solo consultivo, sarà il Parlamento di Roma che dovrà procedere alla modifica della Costituzione. Si tratta di un meccanismo, com’è noto, piuttosto complesso, in quanto prevede una doppia votazione alla Camera ed al Senato ed, eventualmente, referendum finale. Il percorso è indubbiamente impervio, pieno di insidie e quasi scoraggiante.

La politica locale si è divisa trasversalmente ed i partiti hanno evitato di prendere posizioni ufficiali. Sono stati solo i vari leader locali ad essersi espressi: favorevole la Senatrice Adriana Poli Bortone (tra l’altro anche popolarissimo ex sindaco di Lecce) ed i tre Presidenti delle Province interessate, contrari tutti i principali rappresentanti dell’UDC e, come già detto, Mennitti, Stefàno e Perrone, ovvero i sindaci, rispettivamente, di Brindisi, Taranto e Lecce. L’idea della Regione Salento è poi riuscita nel vero e proprio miracolo di mettere d’accordo i due grandi “nemici” pugliesi, il Governatore Nichi Vendola ed il Ministro Raffaele Fitto: tutti e due contrari. Si attende poi una presa di posizione chiara da parte del sottosegretario Alfredo Mantovano.

È bene però ricordare che l’idea di una Regione Salento non è nuova e non particolarmente originale. Già nel lontano 1946, al tempo dell’Assemblea Costituente, fallì l’obiettivo dell’On. Codacci Pisanelli di creare questa regione. Nei decenni successivi la Regione Salento è tornata periodicamente di moda fino a quando nel 2001 il controverso Senatore Eugenio Filograna (di Milano!) fondò, appoggiato da quasi gli stessi professionisti che oggi appoggiano Paolo Pagliaro, un movimento che presentò proprie liste in tutto il Salento. Facile immaginare come sia andata a finire: l’idea svanì nel nulla.

Gli argomenti di oggi a favore della Regione Salento sono, più o meno, quelli di un tempo, anche se un cosiddetto “Cantiere Salento” sta provando a sostenere quest’idea con argomenti nuovi e, si spera, più convincenti. Tuttavia, ciò che più sorprende dei sostenitori della Regione Salento, è la poca considerazione del nuovo contesto istituzionale in Italia e del modificato contesto sociale, economico e politico a livello internazionale. Dal 2001 ad oggi è cambiata l’Italia. La Riforma del Titolo V della Costituzione, seppur controversa e criticabile sotto molti punti di vista, ha attribuito numerosi poteri alle Regioni. Il federalismo fiscale sta lentamente rivoluzionando il ruolo ed il potere economico delle autonomie locali, attribuendo, in particolare ai Comuni, un’autonomia finanziaria senza precedenti.

Ma come già accennato, è anche il contesto internazionale a rendere anacronistica l’idea della Regione Salento. Nei tempi dei grandi organismi internazionali, l’identità e le tradizioni culturali non si difendono certo con una nuova regione, che è per definizione un centro burocratico di potere, ma semmai attraverso un’autentica e vera politica culturale. Così come le potenzialità economiche non si difendono con una nuova regione, ma attraverso l’attività dei rappresentanti politici che devono saper sfruttare le occasioni del momento, devono, ancora, tutelare e farsi interpreti delle esigenze del territorio a Bari, a Roma e, soprattutto, nel Parlamento europeo.

Tra l’altro la costituzione di una nuova regione pone naturalmente il problema della classe dirigente. Chi amministrerà la futura Regione Salento? Gli stessi che qualche anno fa hanno fatto “fallire” il Comune di Taranto? Gli stessi che da circa due anni paralizzano sistematicamente l’attività al Comune di Lecce al solo scopo di poter avere un assessorato? Secondo i sostenitori della Regione Salento, poi, la nascita di questo nuovo ente farà nascere una nuova classe dirigente. Resta, tuttavia, il mistero del come e del perché la nascita di questa nuova regione, di per sé, dovrebbe improvvisamente far emergere una nuova classe dirigente illuminata e moderna. Sempre secondo i sostenitori di questa bizzarra idea la nuova regione sarebbe gestita con criteri e tecnologie amministrative moderne e di alto livello, come se si potesse improvvisamente prescindere dal contesto sociale del Mezzogiorno d’Italia.

E’, del resto, impossibile discutere di Regione Salento prescindendo da una riflessione sul Meridione. Non si tratta naturalmente di creare una sorta di “scienza apposita”, ma di inserire una riflessione in un determinato contesto politico, sociale ed economico. Il Mezzogiorno, in questa fase, non ha certo bisogno di frammentarsi più di quanto già non lo sia, ma semmai di aggregarsi, di mettere da parte i personalismi e le divisioni pseudo-ideologiche ed, infine, di tutelare i propri interessi facendo anche, eventualmente, “lobby”. L’idea della Regione Salento va esattamente nella direzione opposta, facendo leva, forse anche involontariamente, su di un generico, indefinito e tradizionale sentimento antibarese fine a se stesso e privo di sostanza politica.

Del resto, questa vecchia idea rilanciata negli ultimi mesi è, forse, l’esempio lampante dell’incapacità di gran parte della classe politica e di gran parte della classe dirigente salentina di affrontare e risolvere i problemi del territorio proponendo soluzioni concrete per la creazione di posti lavoro e per la creazione di ricchezza e produttività. E’, inoltre, la tipica proposta di cui si nutre il cittadino scontento, demoralizzato e depresso dalla politica italiana. Una nuova e periferica regione è, infine, la classica idea che gran parte dei cittadini ritengono possa essere la soluzione di tutti i mali, una sorta di illusoria entrata nel migliore dei mondi possibili.

La nascita di una Regione Salento risulta, poi, al limite dell’assurdo, se si considerano gli sforzi dell’attuale governo nel tagliare la spesa pubblica, nell’accorpare comuni minori, nel tagliare le province inutili. Una nuova Regione andrebbe in netta controtendenza rispetto a questo processo nazionale ed, ammesso che la discussione dovesse arrivare in Parlamento, è facile immaginare che lì prevarrà il senso di responsabilità. La Regione Salento è, inoltre, un’idea strategicamente sbagliata. Non si capisce proprio quale senso possa avere separarsi dalla Puglia proprio nel momento in cui essa acquista centralità politica e diviene uno dei terreni principali di lotta politica.

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Fonte: lOccidentale

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