Il Governo accelera sul nucleare ma la scelta dei siti sarà lunga e difficile

Torna d’attualità il nucleare. Il premier risponde al Financial Times che stigmatizza i ritardi della politica nucleare italiana ribadendo l’impegno del Governo a dare nuovo impulso al rilancio dell’atomo. Segue l’immancabile bufera che si alza ogni qualvolta venga toccato l’argomento dei siti nucleari.

 

La notizia in merito ad una prima mappa per la localizzazione del Deposito Nazionale dei materiali radioattivi stilata da Sogin ha suscitato un’alzata di scudi da parte delle regioni che più avvertono il rischio di dover ospitare il sito. Vendola promette una reazione popolare nel caso la scelta ricada sulla Puglia. Pronto ad opporsi anche il presidente della Regione Toscana, mentre Vito de Filippo dalla Basilicata che esorta al coinvolgimento dei territori interessati.

Alla questione del Deposito Nazionale si affianca quella relativa alla localizzazione degli impianti di produzione. Periodicamente viene riproposta la mappa stilata dal CNEN nel 1979; la settimana scorsa è stata Legambiente a riconoscerne l’attualità asserendo che non può essere altrimenti essendo i criteri di individuazione delle aree idonee gli stessi.

Vi sono nomi che si rincorrono nel totositi: Chioggia (Venezia), Caorso (Emilia Romagna), Fossano, Trino (Piemonte), Scarlino (Toscana), San Benedetto del Tronto (Marche), Montalto di Castro, Latina (Lazio), Termoli (Molise), Mola di Bari (Puglia), Nardò e Manduria, Scanzano Ionico (Basilicata), Oristano (Sardegna), Palma (Sicilia).

In realtà, la mappa del ’79 interessa 14 regioni e abbraccia un numero di siti ben più ampio delle località citate. Occorre tuttavia riconoscere che ogni previsione è azzardata e prematura.

Per avere una prima lista di parametri per l’individuazione delle aree idonee ad ospitare gli impianti nucleari è necessario attendere la costituzione dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, non ancora insediatasi. Quest’ultima descriverà in dettaglio i criteri da rispettare per la localizzazione degli impianti già indicati, sommariamente, dal decreto nucleare. La lista dei criteri di cui tener conto è alquanto lunga: popolazione e fattori socio-economici, idrologia e risorse idriche, fattori meteorologici, biodiversità, geofisica e geologia, valore paesaggistico, valore architettonico-storico, accessibilità, sismo-tettonica, distanza da aree abitate e da infrastrutture di trasporto, strategicità dell’area per il sistema energetico e caratteristiche della rete elettrica, rischi potenziali indotti da attività umane nel territorio circostante.

E’ evidente come alcuni criteri che hanno trovato applicazione negli anni Settanta rimangono sostanzialmente validi. Sono, a titolo di esempio, quelli volti ad escludere le aree a rischio sismico e a rischio ideologico o alluvionale, i criteri di tipo geofisico e geologico.

Il fatto che un impianto di produzione debba essere realizzato in prossimità di un corso d’acqua o sulle coste per consentirne il raffreddamento esclude a priori molte aree interne e di montagna, mentre mette in cima alla lista le zone costiere, come quelle già individuate nel ’79 nell’alto Lazio e in Basilicata, e tratti dei fiumi Po, Tagliamento e Tevere.

Ma l’applicazione di altri criteri potrebbe però dare esiti diversi da quelli verificatisi nel ’79 o perché nuovi, o perché si riferiscono a situazioni mutevoli. Trattasi, ad esempio, dei fattori demografici, che devono tener conto dei processi di urbanizzazione degli ultimi quarant’anni. Lo stesso dicasi dello stato della rete di trasporti e infrastrutturale. Questi ultimi, inoltre, non dovrebbero condizionare in modo significativo la mappa dei siti per un altro motivo. La connessione al sistema elettrico di una centrale nucleare necessita di un doppio collegamento a 380kV o una soluzione analoga. Tuttavia, se i criteri posti a tutela della sicurezza e della tutela dell’ambiente e della salute hanno massima precedenza, i vincoli della rete di trasmissione possono essere rimossi adeguando, nel limite del possibile, gli investimenti sulla infrastruttura di trasporto alle esigenze della produzione.

Quanto al coinvolgimento delle regioni e degli enti locali, va osservato come le procedure disegnate dal decreto nucleare prevedano la consultazione delle regioni sia nella fase di prima redazione dei parametri, sia nel prosieguo, durante lo svolgimento della Valutazione Ambientale Strategica da parte del Ministero dell’ambiente avente ad oggetto la Strategia nucleare e lo schema di parametri proposto dall’Agenzie e adottato dal Ministero dello sviluppo economico.

Una volta definiti i parametri per l’individuazione delle aree idonee (una procedura che si protrarrà probabilmente per circa un anno, saranno poi operatori a presentare l’istanza per la localizzazione degli impianti che intendono realizzare. Anche il procedimento di certificazione dei siti vede coinvolte regioni e enti locali, chiamati a rilasciare un’intesa.

Per il Deposito nazionale il procedimento è analogo e l’individuzione del sito passa per un articolato procedimento che, su impulso della Sogin, fa capo al Ministero dello sviluppo economico e che deve tener conto dei criteri individuati a livello internazionale dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, a livello nazionale dall’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, oltre che del parere della regione e degli enti locali interessati.

È evidente come l’allarmismo artatamente alimentato periodicamente dai media e dalla politica non trovi fondamento se non in motivazioni politico-elettoralistiche.

Lungi dal consentire rapidi colpi di mano, il processo con cui si addiverrà a soluzioni condivise per l’individuazione dei siti nucleari è abbastanza lungo e farraginoso da far dormire sonni tranquilli a quanti temono le improvvisazioni.

 

Fonte: lOccidentale

 

 

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