Sarebbe bastato ripercorrere a ritroso chi negli ultimi anni è stato insignito del premio Nobel per tirare un sospiro di sollievo.

 Dopo Barack Obama, Al Gore, Yasser Arafat e Dario Fo, il fatto che l’Accademia di Svezia quest’anno abbia deciso di premiare il re di tutte le provette, il papà di oltre quattro milioni di bambini, colui che ha cambiato il volto della procrazione moderna, Robert Edwards, non solo non ci avrebbe stupito, ma in un certo senso ci avrebbe persino tranquillizzato.

Negli anni, infatti, quell’assegnazione più che un riconoscimento per chi annualmente si è distinto nei diversi campi dello scibile, «apportando considerevoli benefici all’umanità», per le sue ricerche, scoperte ed invenzioni, per l’opera letteraria, per l’impegno in favore della pace mondiale, come era nelle origini, quando il premio Nobel era una cosa seria, è diventato il più insigne palcoscenico di una cultura politicamente corretta. Ed Edwards – delle cui figura scientifica non si dubita ma non ci si esalta neanche – rientra perfettamente nel clichè dei premiati con quello che all’unanimità viene considerato come “l’encomio supremo dell’epoca contemporanea”.

Eppure quell’assegnazione pone – non tanto perché lo dice la Chiesa ma da un punto di vista etico e laico – alcuni motivi di riflessione. Perché ciò che è messo in discussione non sono le tecniche di fecondazione assistita in quanto tali – chi si sognerebbe di negare il diritto a dare la vita a una coppia di genitori che non possono avere figli? – ma è come sono state usate quelle tecniche e come potrebbero essere usate in futuro.

Gli studi di Edwards, infatti, hanno certamente rappresentato una nuova frontiera scientifica, che, come sempre più spesso accade, ha però a sua volta imposto e aperto una grande questione antropologica, una riflessione sull’uomo e su quali sono i limiti della natura umana che – nonostante gli scientisti alla Odifreddi – è imprescindibile con l’avanzamento della ricerca, dal momento che questa grande questione etica ci impone una riflessione sul tipo di società che intendiamo costruire.

La fecondazione medicalmente assistita, infatti, ha consentito la nascita di situazioni impensabili fino a qualche anno fa: mamme nonne, uteri in affitto, figli di coppie omosessuali, donne fecondate con il seme del compagno morto, donatrici di ovociti a pagamento, embrioni sovrannumerari congelati e abbandonati, quando non distrutti senza nessuna riflessione su ciò che è vita e su ciò che non lo è. In questi 32 anni di storia la fecondazione artificiale ha portato, accanto a 4 milioni di Louise Brown, anche a situazioni estreme che ripetutamente continuano a sollevare perplessità etiche.

È appena trascorso un anno dalla nascita della Brown quando negli Stati Uniti si inaugura la prima banca del seme che, di fatto, apre una breccia in quella che sarà la fecondazione eterologa, ossia la possibilità di un uomo e una donna di procreare con seme da donatore esterno alla coppia. Nel 1984 si realizza, sempre negli Usa, il primo caso di utero in affitto e nasce il primo bambino da una donna che non è la madre genetica.

 Dieci anni dopo accade in Italia, quando una donna di 45 anni offre il proprio utero in prestito alla figlia di 23 anni, che non poteva avere bambini. Il caso di Gianna Nannini è solo l’ultimo illustre di “mamma-nonna”, ma già nel 1992 in Italia una ex-ostetrica di 61 anni diventa mamma facendo parte del centinaio di donne che hanno già tentato di diventare madri in menopausa.

Due anni dopo la stanghetta della maternità over sessanta di alza con una donna di 63 anni. Nel 1995 si verifica un caso di utero in affitto molto particolare: una bambina nasce in Italia due anni dopo la morte della mamma perchè un ovulo della madre naturale, prelevato quando questa era in vita e fecondato con il seme del padre, era stato impiantato nell’utero della zia paterna. Nello stesso periodo vengono alla luce due gemelli nati dopo che la madre è stata fecondata con il seme del marito, morto di tumore. Mentre si assiste  ai primi annunci di donne che si offrono di donare i propri ovociti.

Nella storia della fecondazione artificiale hanno fatto discutere anche i 3.000 embrioni congelati distrutti nel 1996 in Gran Bretagna allo scadere del periodo di 5 anni previsto dalla legge come termine massimo per la conservazione. E ancora oggi in Italia sono in attesa di un «destino» di quasi 3415 embrioni in sovrannumero ottenuti dagli interventi di fecondazione assistita, congelati e che le coppie non intendono più utilizzare. Si potrebbe continuare a lungo, ma basta chiedersi che società sarà quella in cui una coppia di omosessuali può tranquillamente acquistare ovuli in una banca del seme, fecondarli con lo sperma di uno dei due, impiantare gli embrioni nell’utero in affitto di una donna e far nascere due gemelli?

E allora non si tratta di rispondere, secondo un uso tutto italiano, a coloro che dopo l’assegnazione del Nobel ad Edwards hanno immediatamente gridato all’oscurantismo di chi nel nostro paese ha voluto una legge come la 40, in ossequio alle posizioni più retrive della Chiesa cattolica, ma ancora una volta si tratta di pensare oltre, di guardare a quei benefici per l’umanità che ogni ricerca scientifica dovrebbe apportare ma anche alle ricadute etiche che implica. Perché forse è bene ricordare che spesso non è la tecnica che fa commettere casi limite o aberrazioni ma le persone che la usano.

 

Fonte: lOccidentale

 

 

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