Sette documenti programmatici, tre ore di discussione, tre bersagli, Bossi, Grillo e Di Pietro, un controllato speciale, Vendola.

 E una donna, difesa più di altre, Emma Marcegaglia. Citata dalla Bindi come dimostrazione che «persino quel mondo, dicendo che la pazienza è finita, comincia a cercare altrove». Ed evocata indirettamente da Enrico Letta, che tra gli applausi dei 500 delegati di questa assemblea convocata nella tana del Carroccio, esclama: «Sarebbe bello se il premier di un governo istituzionale fosse una donna!».

Una giornata senza strappi interni o polemiche sulle alleanze, questa voluta da Bersani per mettere al centro il progetto e sfidare la Lega in trasferta. Anche Veltroni non affonda i colpi, riesce a svuotare il bar appena inizia a parlare e quello che doveva dire lo dice, ma con toni unitari. Strappando pure un battimani scrosciante quando conclude che «noi siamo un partito grande in cui si lavora e combatte insieme e per assolvere al nostro ruolo storico dobbiamo portare noi l’Italia fuori dal tunnel, con una rivoluzione democratica e un cambiamento profondo e radicale. Solo noi possiamo farlo, non sarà Grillo, nè riedizioni del populismo di destra!».

 Ma se i toni non sono di sfida, lo sono i testi, come quello sull’immigrazione del suo Movimento Democratico, che circola tra i delegati e che non è proprio acqua fresca. Nella patria di Bossi, i veltroniani dicono sì «più accoglienza per chi ha bisogno di aiuto umanitario», ma lanciano pure «la cittadinanza a punti, per avere gli immigrati di cui ha bisogno la nostra economia, ma non di più».

E contro ogni «conservazione e difesa dell’esistente» si spende anche Letta, che evoca tra i bersagli Casini, reo di non scegliere ancora a pieno titolo il Pd come alleato. «Perché attenzione – avverte – Berlusconi non si batte col berlusconismo di sinistra» ma «l’incubo peggiore è tornare al ‘94», quando la sinistra non si alleò col centro, se non sei mesi dopo aver perso le elezioni: «Questa volta o vinciamo o si muore, non ci sono piani B o terzi poli, nè tempi supplementari se il Senato è in bilico». Tradotto, se alle urne Berlusconi vince alla Camera, «sarà lui il dominus», quindi «se perdiamo perdiamo tutto: governo, presidenze delle Camere e Colle».

Perciò gambe in spalle e «basta con il virus dello scetticismo, perché siamo percepiti come quelli della conservazione e non va bene, dobbiamo essere il partito del cambiamento». E dopo l’attacco a Bossi «che ha salvato tutte le cricche» e a cui chiede «che fine hanno fatto le ronde», Letta declina i documenti che saranno messi ai voti. Nella patria delle partite Iva il tema cruciale sono le tasse e da qui la proposta di aliquote ribassate al 20% per famiglie e per le imprese che reinvestono e assumono giovani. Ma i tecnici limano pure quelle sulle piccole imprese, immigrati, riforma dello Stato, scuola, mobilità, agricoltura. Per provare a trasmettere qualche novità, «perché l’aria sta cambiando – dice la Bindi – complice la crisi.

E se Berlusconi non governa più, non molla la presa e ora tocca a noi, perché noi abbiamo la bussola e la rotta». E dopo questa stoccata a Veltroni, condita dagli strali contro la teoria che il Pd sia «un popolo di Dio in cerca di un Papa straniero», una contro Vendola e «le sue provocazioni». Perchè «non siamo alla fiera delle vanità, ma nel pieno di uno scontro politico». Ma sul «papa straniero», la Finocchiaro la vede in altro modo, perché «quando avremo scritto il programma, vedremo chi ci sta e subito dopo il leader uscirà fuori».

 

Fonte: LaStampa

 

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