Il Pdl apre al “Nuovo corso”

Una fase transitoria fino a luglio per completare la campagna di tesseramento.  Intanto si partirà con l’elezione dei coordinatori e dei loro vice a livello regionale e provinciale.

 La bozza firmata dai triumviri Bondi, Verdini e La Russa e approvata per acclamazione dal “parlamentino” del Pdl ridisegna le regole di un partito da “riorganizzare” come indicato dal Cav. e apre alla partecipazione dal basso in vista della stagione congressuale, calendarizzata a partire dal prossimo anno. Ma il fatto che il documento non sia stato messo ai voti su imput del premier (come pure avrebbe potuto essere), segnala due cose: da un lato la volontà di superare le divergenze tra ex Fi e An su schema e modalità  della riorganizzazione, dall’altro l’intenzione di non correre ulteriori possibili rischi cristallizzando un dissenso interno che col voto sarebbe diventato pubblico.

Il punto del contendere ha riguardato in particolare il ruolo degli iscritti al partito che specie gli ex aenne, con in testa il sindaco di Roma Alemanno che ieri i presenti al summit descrivevano “in ambasce”, avrebbero voluto valorizzare e rafforzare maggiormente per dare un segnale concreto sul nuovo corso del partito e il suo tasso di “democratizzazione”. Ma il Cav. avrebbe frenato la sollecitazione considerandola come una sorta di viatico alla formazione di “nicchie di potere territoriale” e dunque un rischio da evitare.

L’altro nodo sul quale gli aennini – e tra di loro lo stesso La Russa – hanno battuto il tasto è la rivendicazione della quota parte sull’indicazione dei vicecoordinatori regionali e provinciali. Il ragionamento suona più o meno così: visto che la scissione dei finiani ha lasciato spazi vuoti nel Pdl, noi che siamo rimasti fedeli a Berlusconi e al partito che abbiamo contribuito a fondare, vogliamo l’assegnazione di quelle caselle. Posizione che nell’area di Forza Italia viene vista con una buona dose di sospetto.

Il punto di convergenza sul documento varato dall’Ufficio di presidenza, ha riguardato l’esigenza di aumentare il tasso di partecipazione dal basso alla vita del partito. In che modo? Rilanciando  la campagna di tesseramento che si concluderà a luglio per poi procedere all’elezione dei coordinatori regionali e provinciali che finora venivano nominati da Berlusconi.

Le nuove regole prevedono che d’ora in poi i coordinatori regionali saranno votati ma solo dagli eletti (dai parlamentari europei fino ai consiglieri comunali, lasciando al Cav. la possibilità, peraltro prevista dallo statuto, di porre il suo veto. Se al congresso il candidato al coordinamento regionale raggiunge il 75 per cento dei consensi, il premier dovrà comunque accettare il responso riservandosi il diritto di indicare un proprio candidato. Agli iscritti, invece, spetterà l’elezione dei coordinatori comunali e successivamente anche dei delegati ai congressi provinciali.

Su questo punto specifico alla vigilia del vertice si erano registrate posizioni diverse. In particolare tra gli alemanniani convinti che la nuova fase del Pdl deve passare da un maggiore coinvolgimento della base del partito, partendo proprio dagli iscritti. In sostanza, il criterio fissato per l’elezione dei coordinatori comunali avrebbe dovuto essere lo stesso per quella dei livelli regionali e provinciali. Posizione giocata anche sul fatto che gli aennini possono contare su una maggiore strutturazione a livello territoriale rispetto agli azzurri e da questo punto di vista il tentativo di acquisire e consolidare ruoli e rappresentanza locali è la chiave della partita interna tra gli azionisti di maggioranza pidiellini.

Una radiografia dello stato dell’arte emersa anche ma non solo nella ridda di cene, pranzi, rendez-vuos di questi giorni dove il dibattito sulla nuova fase del Pdl ha incrociato quello sulle prospettive della legislatura. Accanto ai ragionamenti sul cosa fare e con chi stare, sono emersi malumori e rivendicazioni risuonate come un campanello d’allarme per il gruppo dirigente pidiellino. Il punto ruota attorno alla nuova mappa degli equilibri interni, dopo lo strappo di Fini (ma pure Rotondi e Giovanardi non hanno intenzione di fare da spettatori alla partita tra An e Fi).

Tra gli ex azzurri poi, c’è chi come i ministri di Liberamente – Frattini, Gelmini e Prestigiacomo – sono poco disposti a cedere strada (incarichi e ruoli) agli uomini della galassia (correntizzata) aennina. Anche perché – è il ragionamento di fondo – non si può escludere l’eventualità che d’ora in avanti si apra una “guerra” di posizionamento nella quale gli ex An spingerebbero di più, forti anche di un maggiore radicamento sul territorio, per guadagnare aree di rappresentanza da spendere poi e quando sarà, nella corsa alla leadership del Cav.

Se invece la si guarda dalla parte degli aennini, la situazione è esattamente speculare ma ribaltata: la preoccupazione maggiore degli ex colonnelli Gasparri e La Russa in testa, ma pure Alemanno e Matteoli, è quella di finire “annessi” a Forza Italia, dopo aver scelto di abbandonare l’ex leader di via della Scrofa restando fedeli al  Cav. Per questo si chiede di “contare” di più negli organigrammi che da qui in avanti saranno ridefiniti.

C’è poi un altro aspetto: la ‘corrente’ dei malpancisti ha attecchito anche al Senato, da sempre roccaforte della maggioranza, dando adito a “irrequietezze” e “minacce” più o meno velate sull’eventualità di prendere la strada di Fli o ipotizzare il sostegno a un governo tecnico. Nei rendez vous di questi giorni il tema, ovviamente ha tenuto banco e da questo punto di vista molto ha contato la mediazione dei vertici del gruppo parlamentare, a cominciare da Gaetano Quagliariello che di cene non se n’è persa una.

L’obiettivo prioritario è stato evitare che questi incontri rappresentassero l’inizio della “balcanizzazione” e il fatto che alla fine, tra una portata gastronomica e l’altra, si sia riconfermato il ruolo centrale e la validità del “modello” Pdl-Senato, segnala che il baricentro per ora mantiene inalterata la sua stabilità. Anche perché, tutti sono consapevoli che è a Palazzo Madama che si può difendere la maggioranza, è a Palazzo Madama che è incardinata la discussione sulla legge elettorale, è da Palazzo Madama che si può esercitare un’azione di stimolo anche nei confronti del partito.

Che tradotto vuol dire: se restiamo tutti insieme, il Senato diventa strategico per il prosieguo della legislatura e per il braccio di ferro col Pdl che i finiani non molleranno, da qui ai prossimi mesi sui capitoli strategici dell’azione di governo. Il punto vero, si fa notare nell’inner circle berlusconiano, non sta e non può stare in una competizione seppure entro le regole convenzionali e riconosciute,  perché così il Pdl non crescerà. Piuttosto, invece di andare a una ridefinizione complessiva degli equilibri interni e fermarsi solo a quella, molti dirigenti pidiellini  sono convinti che occorra costruire un partito che vada oltre il Pdl – come da tempo va sostenendo lo stesso Quagliariello -, in grado di esprimere una classe dirigente in cui la logica delle quote venga meno e all’interno della quale tutti si sentano rappresentati senza per questo dover rivendicare ogni volta (come accaduto finora) provenienze e medagliette da co-fondatore appuntate sul petto.

E’ lo schema che porta dritti al partito dei moderati, il vero pallino del Cav. da ormai sedici anni. E che dopo lo strappo di Fini, molti nel Pdl individuano come l’unica prospettiva in grado di portare a compimento quella “rivoluzione liberale” che oggi è tale solo a metà.

 

Fonte: loccidentale

 

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