La notte delle macare

Mi sono fatto persuaso che è sciocco farsi un mutuo gigantesco e dedicarsi ad orge e bagordi nella sicurezza della fine del mondo attesa nel 2012. Questa è l’ennesima balla che circola, sospinta da buontemponi e figli di una cooperativa che si divertono a prendere per il naso tanti boccaloni per i quali il mondo è finito da un pezzo.

 

La ragione più importante è che il mondo ha preso a girare al contrario, e il tempo, di conseguenza, scorre a ritroso. Ci toccherà ripagare mutui già pagati e risostenere esami già superati, con l’aggravante che il tempo biologico se ne impipa del tempo cronometrico. L’età avanza anche se il mondo regredisce.

Ripercorrere il sentiero della vita è una sorta di prova guicciardiniana in generale, di contrappasso senziente in particolare. E allora si rammenta di genitori considerati di modesta cultura e ancor più modeste capacità reddituali. E quei genitori hanno vissuto una società arretrata che voleva evolvere e hanno mandato i figli a scuola, li hanno resi dotti e dottori. Li hanno fatti progredire immaginando, tapini, che il progresso dei propri figlioli e dei figlioli di ciascuno fosse progresso per tutti. Che assunto lineare: gli attori sociali di una comunità diventano migliori quindi la comunità diventa migliore.

Questo si racconta. E invece non ha funzionato proprio per nulla. Mio padre aveva un reddito dieci volte più basso del mio, una moglie e due figli. Ha costruito una casa, ci ha fatto andare a scuola e diventare dotti e dottori. Ho un reddito dieci volte superiore a quello di mio padre, una moglie e due figlie. Ho costruito una casa e ho reso le figlie dotte e dottoresse. Ho fatto le stesse cose che mio padre ha fatto spendendo dieci volte di più, dove è il progresso?

Ormai persuasi che la rivoluzione nominale rende narrazioni diverse per le medesime condizioni, approfittiamo del lavoro dei nostri predecessori per rituffarci nel passato, preferendo frequentarne, ovviamente, i momenti migliori.

È coinciso con la notte di Halloween quest’anno, la notte del 31 ottobre, festa delle Macare ben prima che le zucche vuote d’origine oltreatlantico s’appropriassero dell’evento.

Città di mezzo, una modesta casa di campagna che un padre laborioso come tanti ha pensato di costruire per se stesso e per chi veniva dopo di lui. Non ha potuto godersela a lungo ma chi ne ha preso possesso ne ha ereditato valore e, per fortuna, anche i valori.

E la casa ha un camino e un forno e un orto fecondo, e mani che non hanno paura dei calli lo coltivano e ne cavano melanzane e peperoni e pomodori ed ogni altro sapore e aroma che la terra trattata bene sa dare.

E quattro morti di fame si ritrovano di tardo pomeriggio a preparare una cena di cento anni fa. E Graziano, padrone di casa, cresce il forno e ci cuoce pane e focacce fragranti e profumate.

Sandro, colui che guarda il mondo solo con occhiali scurissimi, ha trovato la sua dimensione interna facendosi “casaro”, deliziandoci con ricotta e primo sale condito variamente, e Mauro, giovane e di grande capacità nell’apprezzare il frutto delle nostre fatiche, ci riserva per la fine dei torroni di gran pregio per il gusto e per la provenienza fresca, di un giovane che lavora tanto ma sa anche concedersi i giusti momenti di relax e di svago che son dovuti ad una vita troppo breve.

Sandro è un terrone insoddisfatto, coniuga la sua indole casara con la voglia di essere “nordico”, bolzanino magari e allora lo onoro, che se lo merita, con del vino “di là”, un Müller Thurgau, un Marzemino e un Refosco dal picciolo rosso.

La focaccia è pronta e il Müller Thurgau è fresco, a prenderne un pezzo ciascuno e spalmarlo con il primo sale al peperoncino e brindare non ci vuole nulla, sono le 17.30. Per qualcuno, nel Nord, è l’ora del the. Qui, nella campagna della città di mezzo, il grano del sud lavorato con le mani del sud e cotto con la legna del sud incontra un vino del Nord, può accadere nel XXI-esimo secolo che sembra duecento anni prima. Un pensiero germoglia: cominciamo bene!!!

Preparo l’agnello e le cipolle, e le patate le pelano i giovani e un altro giro di Müller Thurgau è necessario e la bottiglia di Santa Margherita mostra il suoi limite geometrico, null’altro riesce ad esprimere di quanto ha già espresso e giace, inutile involucro che mantiene l’onore della forma e la densità del vuoto all’interno.

Tutto è pronto e si discute di tutto e si prova a chiamare il “cittadino” e non risponde.

Compare Davide, cittadino anche lui. Sapiente, foriero di “rosticini abruzzesi di pecora” e sigari ruffiani. E tutto è pronto e si discute in una sera fresca di tramontana a due passi dal forno e vicino al camino, in una stanza di tufo calda di calore e di affetto. E il Marzemino provoca e si propone, con le olive e ancora una focaccia. Il telefono squilla, puntuali come un orologio a molla Sergio e Roberto, della “compagnia dei sapienti” sono per strada, a due passi, con la loro dote di vino “serio”, del sud.

E atterrano, Giuseppe non risponde al telefono, siamo rammaricati “but the show must go on”. Roberto, silente re delle bollicine tira fuori una bottiglia di spumante rosé d’aglianico, ci serve per brindare all’inizio. Mentre il forno caldo accoglie cipolle e pomodori gialli con olive e peperoncino e la teglia dell’agnello con le patate, il camino scalda l’ambiente e il “sopratavola” di formaggi, focacce e olive e finocchi attrae sapienti e morti di fame aprendo ufficialmente la degustazione del Nashi, novello di casa Botrugno. La legge ne vieta la vendita prima del sei di novembre, ma Davide, avvocato serio e preparato, dice che i verbi parlano chiaro. Noi non lo abbiamo pagato e quindi siamo nella perfetta legalità. Non ci crederete ma sono cose alle quali siamo affezionati!!!

Buono il nashi, meno “possente” di quello dello scorso anno ma gradevole, leggero e beverino.

Le teglie si scoperchiano e le cipolle al forno vengono colorate con eccellente vincotto e i pomodori ricoprono fette di pane cotte sulla pietra e la seconda bottiglia di Nashi viene massacrata.

Mauro con grande impegno si dedica alla verifica di ogni cosa, e Roberto silente assaggia e degusta, da lui sapremo qualche giorno dopo giudizi sereni e composti.

Sul fornello in quell’angolo una grande pentola colma d’acqua si prepara ad accogliere opere di donne di ieri e di oggi. Tortellini preparati dalle mani giovani della moglie di Graziano e ragoût dalle mani sapienti e rimesse a nuovo della mamma di Sandro, un giro di parmigiano e la terza bottiglia di Nashi si avvia verso il tramonto. Non può finir così, va preservata per le castagne e allora si torna al Marzemino per quasi tutti, con Mauro preferiamo andar sul Primitivo, il mio adorato Patrunu Rò. Separati per un momento i destini dei bicchieri giunge il tempo dei rosticini, vanno nel forno, su una griglia aperta. Davide e Graziano operano con circospezione e perizia e tornano, con questi stecchi di carne di pecora cotta, consistente e gradevolissima che convince tutti ad aderire al primitivo, sembra si conoscano da sempre. E da ultimo l’agnello con le patate, bello grasso ad accogliere anche la terza delle bottiglie di primitivo.

E le castagne borbottano sul fuoco, e cadono nella brace e vengono recuperate e anche il nashi rimanente si congiunge con i suoi valorosi predecessori.

Quante parole e quante voci si sono alzate in una discussione politica d’altri tempi. “Son cresciuto” – dice Sandro – ”in un periodo nel quale non avevamo né acqua né luce e a tavola parlavamo di politica, con mio padre e mia madre.” E Sergio cerca i valori d’un tempo e tutti dicono che è colpa dei comunisti se il mondo va a male, e mi domando e domando loro che cosa c’entro io, uno dei pochi comunisti rimasti, con questo mondo che cammina a rovescio e, soprattutto, se fosse colpa dei comunisti adesso che non ci sono più tutto dovrebbe esser più semplice.

Ed è tempo di dolci e di botrus, torta di mele e strudel e il torrone di Mauro e Botrus, troppo piccolo per resistere a lungo. E le mani esperte di Graziano cavano limoncello e elisir d’erbe fatti a mano e la grappa Chicchina di Sergio diventano momento di convivio, e i sigari di Davide al sapor di rum e di cioccolata profumano l’aria di una cucina densa di voci e aromi, e parole basse e parole urlate come solo tra amici può accadere. Ci riesco a sedere spalle al fuoco, quanto mi fa bene quel caldo, e sei di fronte che anche Flò riesco a fare incazzare ad un certo punto: i comunisti quando decidono di essere antipatici sanno farlo bene. È la una di notte, della notte delle streghe. L’aria è tersa, la luna splende splendidamente su una splendida serata del sud di fine ottocento. Giuseppe ci è mancato, ma per poco. È strano, secondo i dettami dei moderni nutrizionisti dovrei esser pieno come un otre e almeno alticcio e invece son li, come tutti, placido e sereno, fresco come dodici ore prima. Sarà che le cose dell’ottocento sono meno pesanti di quelle del duemila? Non lo so, per certo c’è meno “chimica aggiunta” che fa tanto moderno, civile e nutrizionalmente corrretto.

Amici miei, spero che ci potremo ritornare ancora da quelle parti magari continuando a discutere riusciremo a capire in quale punto della storia hanno sbagliato i comunisti, o magari, riuscirò a convincervi che forse i comunisti hanno sbagliato ma meno degli altri. E, comunque andrà, il caldo del camino e il vino genuino faranno in modo che il viaggio valga la candela.

 

Link: http://spigolaturesalentine.wordpress.com/

 

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