“Allora quando si vota?”. “Boh!”

Se c’è una cosa di cui questi ultimi mesi di estenuanti scaramucce tra Fini e Berlusconi mi hanno convinto è che un moderno paese democratico non può vivere senza che il potere di scioglimento del Parlamento sia in capo alla massima autorità politica, il primo ministro o il presidente del Consiglio.

 Non ne faccio una questione personale, ma sistemica: lo direi anche se a palazzo Chigi di fosse Massimo D’Alema o Barbablù. Il problema è che invece, essendoci Berlusconi, anche chi fosse in linea teorica d’accordo con me oggi si dichiarerebbe strenuamente contrario.

Eppure se ci riflettete un attimo le vicende di questi ultimi mesi hanno mostrato una sola cosa con evidenza: se il capo del governo avesse potuto sciogliere le Camere o anche solo minacciarlo, oggi non saremmo al punto in cui siamo.

In un paese normale, dopo il divorzio tra i due leader del principale partito della colazione di governo, così come andato in scena nella direzione del Pdl dello scorso 22 aprile, il presidente del Consiglio avrebbe preso atto della fine della sua maggioranza e convocato nuove elezioni. Si sarebbe votato a giugno e oggi avremmo da un pezzo un nuovo governo. Invece siamo ancora fermi al gioco di chi lancia meglio la palla nel campo dell’avversario.

Chi oggi evoca le elezioni anticipate come uno spauracchio per la tenuta economica del paese e per la sua credibilità internazionale può farlo solo perché quelle elezioni non le abbiamo avute quando sarebbero stato giusto e perché ancora oggi non è dato sapere se e quando le avremo.

Dirò di più, nei paesi “normali”, come la Germania che tanto piace ad esempio a Massimo D’Alema, il potere di scioglimento non è neppure necessario usarlo (salvo in rare occasioni) ma è sufficiente poterlo minacciare: come la bomba atomica durante la guerra fredda, la sua funzione è la deterrenza. Se il presidente del Consiglio avesse avuto nelle sue mani il potere di sciogliere anticipatamente le Camere, il Presidente della Camera ci avrebbe pensato dieci volte prima di fare quello che ha fatto: fondare una corrente, poi un gruppo parlamentare, poi un partito e infine chiedere lui le dimissioni del Premier. Con quel potere nella disponibilità della politica tutte le tensioni si sarebbero sciolte all’interno del partito di maggioranza senza ripercussioni sulle istituzioni e senza questa infinito stato di pre-crisi. Tutto sarebbe stato più limpido in termini di scelte e di responsabilità.

Invece per ragioni storiche che sarebbe troppo lungo qui ricordare la Costituzione assegna il potere di scioglimento ad luogo “altro” rispetto alla politica, che lo gestisce secondo sue proprie ed imperscrutabili regole avvolte nel riserbo. Quando si dice che in Italia se si apre una crisi si sa come ci si entre ma non si sa come se ne esce si tocca proprio questo problema.

In Italia, gli attori politici possono arrivare solo fino ad un certo punto poi il gioco passa nelle mani del presidente della Repubblica che diventa (anche suo malgrado) un convitato di pietra al banchetto della crisi. Le sue intenzioni sono oggetto di divinazione, dalle sue parole gli aruspici della politica traggono segni evanescenti e ambigui. Al suo trono si vanno a depositare doni: maggioranze alternative già impacchettare, riforme elettorali in bella copia, provvedimenti economici a prova di Bankitalia, nella speranza di propiziarsi il responso desiderato. Per sapere se i cittadini possono o no votare in caso di crisi di governo si interrogano il volo degli uccelli e i fondi del caffè.

E’ una cosa che non può funzionare. Berlusconi e Fini sono vittime entrambi di questo meccanismo: su di loro grava il velo dell’ignoranza. Uno vorrebbe la crisi per andare al voto ma ha paura che se ne esca con un governo tecnico; l’altro vorrebbe la crisi per imbastire un governo di transizione ma ha paura che si cada nel “baratro” elettorale. Le due rispettive paure bloccano il sistema da otto mesi e chissà per quanto ancora.

Tutto il gioco dei loro rimpalli manca di credibilità per questo motivo. Quando Berlusconi intima: “O con me fino alla fine o al voto”, sa che non può realizzare la sua minaccia fino in fondo. E quando Fini vuole le dimissioni del Cav. altrimenti farà cadere il governo, sa anche lui di avere le mani legate.

E’ vero, come dicono i buoni e bravi giornalisti di sinistra nei talk show, che la gente ha altri problemi, deve arrivare a fine mese, non ha i soldi per la benzina, e ha un lavoro precario (anche se poi l’Istat ci racconta cose diverse), però sono mesi che incontro amici o semplicemente persone che sanno che faccio il giornalista e mi occupo di politica e non mi chiedono quando finiranno i tagli lineari, o se i fondi Fas andranno o no al Mezzogiorno. Tutti immancabilmente mi chiedono: “allora, si vota?” E io, dopo 30 anni di questo mestiere, non posso che rispondere. “boh!”

 

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 Fonte:lOccidentale

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