Pd: chi di primarie ferisce, di primarie perisce

Chi di primarie ferisce, di primarie perisce. Quando nell’ottobre del 2005 quasi quattro milioni di italiani scelsero Romano Prodi come leader della futura coalizione di centrosinistra, tutti gli esponenti della sinistra fecero la fila, presentandosi alle televisioni o rilasciando dichiarazioni ai giornali nell’annunciare urbi et orbi la grande prova di democrazia che il popolo dell’ulivo aveva saputo dare.

 Oggi a distanza di soli quattro anni, ma a quanto pare sembra passato un secolo, con altre due primarie svolte a cadenza biennale, che hanno visto la vittoria prima di Veltroni e poi di Bersani, e un milione di elettori persi per strada, ecco che quel rito pseudo¬-americano sembra non piacere più a nessuno.
A dare il là ai malumori è arrivata la batosta milanese, ultima in ordine di tempo dopo Firenze e Puglia, dove l’architetto Boeri non è stato votato neanche dagli elettori del Pd, infatti buona parte di loro gli ha preferito il candidato di Vendola. L’apparato democratico, somatizzata ancora una volta l’ennesima sconfitta, invece di mettersi a pedalare per sostenere senza se e senza ma il vincitore Pisapia, prima ha chiesto le dimissioni dell’intero vertice milanese e poi ha cominciato a sostenere che forse sarebbe meglio “dare un’aggiustata”, usando le parole del segretario Bersani, al rito delle primarie.

Facile a dirsi ma estremamente difficile a farsi, perché questa aggiustata i maggiorenti del Pd dovranno farla in fretta visto che a breve ci saranno le primarie per Torino e anche lì le cose non si stanno mettendo per il verso giusto visto che sono già scoppiate le polemiche da parte di Piero Fassino. In un primo momento l’ex segretario doveva essere l’ennesimo candidato lanciato senza paracadute da Roma, ma dopo la retromarcia per evitare lo schianto sembra abbia manifestato tutto il suo disappunto nei confronti di Bersani e D’Alema per la decisione di coinvolgere il rettore del Politecnico Francesco Profumo, per giunta apprezzato dall’Api di Rutelli, un alleato che al popolo della sinistra non è mai piaciuto.

Alla questione torinese bisogna aggiungere la vicenda di Bologna dove, addirittura, ci si trova ancora più in alto mare dopo il vano e, per certi versi comico, tentativo di affidare per l’ennesima volta la croce al solito Prodi. Nel capoluogo emiliano ormai è certo che nessuno abbia voglia di finire impalato in Piazza Maggiore e così la lotta è stata lasciata a esponenti del partito locali.

Ma ormai la questione non riguarda soltanto le primarie cittadine, anzi a far tremare i polsi a Bersani & c. sono le primarie per il futuro leader, ed ecco che ci si è messo adesso anche Sergio Chiamparino che ha annunciato: “se ci saranno le primarie mi candido”, più chiaro di così. Al sindaco di Torino bisognerà aggiungere anche la candidatura del governatore pugliese Nichi Vendola, che nessuno sembra in grado di contrastare dopo i recenti successi e i sondaggi lo danno come super favorito, e con ogni probabilità anche quella del sindaco di Firenze Matteo Renzi leader di rottamatori e definito dallo stesso Chiamparino il Blair italiano. Insomma sembra che i buoi siano già scappati dalla stalla e al buon Bersani è rimasto poco tempo per cercare di dare un’aggiustata al partito.

 Fonte: www.panorama.it

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