Un po’ uomo un po’ gorilla

Chissà perché, mi è venuta voglia di ripostare questo pezzo che pubblicai qualche tempo fa. Forse perché è più che mai attuale? Quando seppi che l’uomo condivide con il gorilla circa il 98 percento del corredo cromosomico confesso che rimasi stupefatto. Non tanto per il clamore di un dato scientifico che ci accomuna al burbero primate, quanto per la conseguente constatazione che se uno scimmione è così simile ad un uomo, allora anch’io non posso essere poi così diverso da George Clooney. Aumento dell’autostima a parte, questo dato mi ha fornito l’occasione per riflettere sull’animale uomo e sul suo rapporto con il mondo esterno.

 

Ciò che distingue l’uomo dagli altri animali è il possesso di un’autocoscienza, dimostrato dal fatto che egli è l’unico a dire “lei non sa chi sono io!”. Questa forte considerazione di sé stesso, che ha nella propria unicità biologica e ancor più in quella culturale il proprio fondamento, lo pone ai vertici della catena alimentare (per sua fortuna) e ne fa l’unico consapevole artefice dei destini del mondo, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Il suo essere un animale culturale rappresenta il suo punto di forza nei rapporti con le altre creature, ma è anche quell’elemento che, tradottosi in una grande varietà di culture diverse, ha fatto sì che si sviluppassero tanti modus vivendi diversi o addirittura opposti, anche in rapporto alle diverse condizioni ambientali.

Queste diversità hanno fatto sì che l’uomo si aggregasse per categorie omogenee a seconda delle culture di appartenenza, relegando tutto ciò che è al di fuori del gruppo nella dimensione di una minaccia alla propria tranquillità e alle proprie certezze. Solo parzialmente la grande circolazione di uomini e di idee dell’era moderna ha contribuito all’apertura verso il diverso. La tendenza a diffidare degli altri e a classificarli rispetto a sé stessi ha sempre contraddistinto i comportamenti umani, a quanto io stesso ricordi.

Da ragazzo non era infrequente che durante le mie scorribande per strada, luogo attualmente quasi off limits per la gioventù multimediale odierna, mi imbattessi in una vecchietta che mi fermava non appena le giungevo a tiro e, sentendosi in dovere di informarsi sulla mia identità, mi poneva le classiche domande: “A ci si’ figghiu?”, oppure “Comu ti tieni?”. Ma la domanda che mi sorprendeva maggiormente, più per la sua formulazione che per l’interesse sfacciato che tradiva nei confronti dei miei fatti privati, era “Ce razza sinti?”.

All’epoca l’unica consapevolezza che avevo era quella di appartenere alla razza umana, non avendo ancora i mezzi per sospettare che la vecchietta si potesse riferire a concetti razziali che solo fino a poco più di una ventina d’anni prima alcune aberranti leggi dello stato avevano cercato di regolamentare; né potevo pensare di essere scambiato per un ragazzo di colore, nonostante un’epidermide colorata dalle lunghe permanenze all’aperto, dato che la presenza di extracomunitari di colore era ancora abbastanza rara dalle nostre parti.

La domanda quindi mi spiazzava totalmente, ed era forte la voglia di rispondere invitando perentoriamente la nonnina ad attenersi alle faccende di sua pertinenza; poi però, un po’ per “buona creanza” e un po’ perché alla fine avevo capito che per razza si intendeva la provenienza famigliare, finivo per cedere, iniziando a snocciolare le mie generalità, anche se ero costretto a ridiscendere in tutta fretta il mio albero genealogico, sulla sommità del quale me ne stavo beatamente appollaiato a godermi il panorama. Era evidente l’intenzione da parte della vecchietta di capire, non si sa bene per quale tipo di urgenza personale, se si trovasse di fronte ad un “malecarne” oppure ad un  ragazzino “ngarbatu” e di buona famiglia.

L’importante era identificarmi e quindi assegnarmi all’una o all’altra categoria, più in funzione della mia provenienza famigliare che in funzione di quanto stessi facendo in quel momento. All’epoca, poi, non era certamente raro che questa provenienza fosse identificata attraverso l’utilizzo di un soprannome, la cosiddetta “’ngiuria ti famiglia”, molto utile ai fini di una classificazione socio – economico – culturale dei ceppi famigliari, in quanto legata perlopiù a riferimenti quali la zona di provenienza o l’attività svolta o altre peculiarità tipiche.

Questo atteggiamento tradiva una diffusa abitudine ad interpretare la realtà attraverso l’ottica distorta di una semplicistica schematizzazione del tessuto sociale cittadino, con le sue belle categorie sistemate in un rigido ordine gerarchico. Era quindi dato per scontato che il figlio del professionista dovesse per forza di cose essere educato e perbene, con un futuro pressoché certo sulle orme del padre, mentre dal figlio di un operaio o di un contadino non ci si attendeva granché, in termini sociali. Oggi le cose sono cambiate non poco e il vecchio teorema “l’arte ti lu tata è menza ‘mparata” – che si completa nel corollario “ci nasce tundu no pò murire quadratu” – identifica più una possibile predisposizione familiare che una immutabile predestinazione sociale. Nessuna meraviglia, quindi, che il figlio del netturbino faccia il medico o il fisico nucleare, come è normale che sia.

Eppure il vecchio vizio di giudicare gli altri utilizzando vecchie o nuove categorie non è affatto sparito, anzi, probabilmente è in costante aumento sotto la spinta di una trasformazione della società in senso multietnico. Così dopo aver relegato nel campo del folklore (forse) le vecchie categorie “leccesi e baresi”, oppure “terroni e polentoni” ed altre amenità ormai stemperate dalla consapevolezza di una comune anche se variegata italianità, riserviamo a chi italiano non è, non di origine perlomeno, la nostra residua volontà di semplificazione della realtà. Il fatto è che di fronte a qualcuno che non risponde pienamente ai nostri canoni di normalità, che si rivela “altro” rispetto a noi stessi, si fa fatica a elaborare un giudizio obiettivo. Molto più facile è affidarsi a vecchie o nuove categorie che ci tolgono il fastidio di dover pensare.

Così, come una volta c’erano i polentoni freddi ed egoisti a fronte dei terroni caldi ed altruisti, oggi ci sono gli orientali portatori di una civiltà inferiore alla nostra. Così come c’era il milanese lavoratore instancabile a fronte del siciliano mafioso, oggi ci sono l’albanese sfaticato e sfruttatore della prostituzione, il romeno violento e pirata della strada, lo slavo spietato svaligiatore di ville e, incredibilmente, ancora una volta, lo “sporco negro” da prendere a sprangate per un furto di noccioline. Così, mentre facciamo finta di non sapere che anche noi italiani quando andiamo all’estero siamo discriminati, grazie ad una discreta tradizione di esportatori di mafia mangia spaghetti e mandolinari, rinunciamo di fatto a far funzionare al meglio proprio quell’organo che ci differenzia dal burbero primate di cui si accennava all’inizio, il nostro cervello. Pensare di trovare una risposta ai pur gravi problemi di ordine pubblico connessi ad un fenomeno di immigrazione incontrollata imputando la responsabilità ad una presunta pericolosità antropologica dello straniero non è cosa che fa onore alla nostra intelligenza. Sarebbe auspicabile vedere meno pregiudizi da parte di chi legifera sulla materia, ma anche meno solidarietà di facciata, quella di tipo ideologico, da parte di chi non si preoccupa di un’accoglienza tout court non supportata da una reale capacità ricettiva che garantisca condizioni di vita dignitose. Far sì che queste persone siano una risorsa per noi, oltre che per sé stesse, e non un problema è un compito che ci coinvolge tutti, imponendoci di superare ogni steccato ideologico.

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