9 maggio 2018_ di MARCO TOSATTI_ Da quasi due mesi eravamo in fibrillazione continua; all’epoca lavoravo sia per Stampa Sera – il quotidiano che usciva di pomeriggio, a Torino e in Piemonte – che per La Stampa. E naturalmente, dal 16 marzo, quando, attraversando piazza Montecitorio un vigile urbano amico mio mi aveva annunciato: ma lo sai? Hanno rapito Moro, eravamo allertati, giorno e notte, pronti a correre a ogni minimo segnale. A esplorare – inutilmente, come era prevedibile – laghetti nei dintorni di Roma, a fare la posta alla Caritas in piazza San Callisto, che aveva attivato una linea telefonica per ricevere eventuali messaggi delle Brigate Rosse. 

Questa premessa per dire che le antenne di tutti, e in particolare dei giornalisti che seguivano la cronaca, erano particolarmente attente e sensibili.

La tarda mattina del 9 maggio tornavo a piedi, come ero solito fare dalla sede della redazione, in Largo Chigi 9, a casa. Abitavo in via dei Funari; una parallela di via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista, e a un paio di centinaia di metri da piazza del Gesù dove si riuniva da sempre la Democrazia Cristiana. Perciò facevo via del Corso, giravo a piazza del Collegio Romano, poi da via del Gesù sbucavo a piazza del Gesù, mi infilavo in via Celsa, traversavo via delle Botteghe Oscure e infilavo via Caetani per arrivare a via dei Funari.

Così feci quel giorno; ero a metà di via Caetani quando sentii arrivare a tutta velocità un’automobile. Mi girai, e vidi che si trattava di una volante della polizia, senza sirena. Mi sorpassò, e poi frenò bruscamente. I due agenti scesero, e si avvicinarono a una R4 rossa, parcheggiata a una ventina di metri dall’incrocio, e aprirono il bagagliaio. A quel punto li avevo raggiunti e sbirciando sopra le loro spalle nel bagagliaio aperto vidi una coperta, e un involto, un corpo.

 

Si voltarono, chiusero il bagagliaio, e uno di loro mi intimò di allontanarmi, mentre l’altro correva verso il palazzo che ospitava la Discoteca di Stato per telefonare. “Ci vorrebbe la pena di morte” mormorava quello rimasto di guardia.

Non sono un genio, ma capii che si trattava del cadavere dello statista rapito quasi due mesi prima. Era l’era pre-cellulari: corsi a casa per telefonare al giornale. Stampa Sera era in chiusura: chiamai il direttore, Ennio Caretto, gli diedi la notizia e poi tornai in strada. Conservo ancora il biglietto che mi inviò, il giorno dopo, ringraziandomi per la telefonata che ci aveva consentito di uscire con il titolo di prima pagina una buona mezz’ora prima che le agenzie battessero la notizia del ritrovamento del cadavere. Prima di precipitarmi in strada di nuovo chiamai anche il capo della redazione romana de La Stampa, Aldo Rizzo, per metterlo al corrente.

 

Quando tornai giù, la situazione era radicalmente cambiata; agenti, carabinieri, guardie di finanza stavano arrivando da ovunque. E vidi che avevano bloccato gli accessi sia di via Caetani che di via dei Funari. “Non fate passare nessuno!” sentii gridare in tono di comando. Pensai che se fossi stato visto, mi avrebbero immediatamente respinto oltre i cordoni che si stavano formando, e allora mi infilai in Palazzo Caetani, salii due piani di scale e mi mescolai agli studenti che popolavano la biblioteca dell’Istituto di Storia Moderna e Contemporanea dell’università. Mi affacciai alle finestre che davano su via Caetani. La strada, normalmente semivuota e tranquillissima, era diventata una bolgia, e il campo di discussione per tutte le possibili autorità di sicurezza, che si disputavano il diritto di decidere chi potesse passare e chi no. Poi qualcuno di loro alzò il capo verso le finestre del palazzo, le vide popolate di curiosi e dette un ordine. Pochi minuti più tardi arrivarono gli agenti e diedero l’ordine di sgomberare. Ma non volevo abbandonare la zona; mentre sentivo in distanza le grida dei giornalisti e dei fotografi a cui veniva negato, anche con qualche ruvidezza, l’accesso, scesi le scale e mi finsi uno degli agenti di scorta del ministro dell’Interno Cossiga. Potei così osservare con comodo l’arrivo tumultuante di ufficiali e responsabili dei vari corpi dello Stato, intorno alla R4 e al corpo senza vita della vittima delle BR. Per qualche tempo; poi fu dato l’ordine di liberare del tutto la strada, e anch’io fui obbligato ad allontanarmi. Mi recai al giornale, dove scrissi uno dei pochissimi – forse l’unico – articolo che io abbia mai redatto in prima persona, da testimone unico e privilegiato di quel tragico avvenimento.

tratto da: www.lastampa.it pubblicato il 29/06/2013

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