TURISMO NERITINO: quale destino?

Il mercato turistico sta diventando sempre più complesso e le sue caratteristiche appaiono sempre più simili a quelle dei mercati di massa.

Questo significa che tutte le aziende, gli enti e le amministrazioni che operano nel settore devono organizzarsi per agire secondo le regole suggerite dalle ormai consolidate tecniche di marketing e abbandonare definitivamente l’improvvisazione e la semplice ripetizione di comportamenti che appartengono a un mondo di “turisti per caso” che non esiste quasi più. Quando parlo di aziende del settore non mi riferisco solo alle imprese che producono o vendono pacchetti turistici e alle alberghiere, ma anche a quelle del settore pubblico che, a parte qualche eccezione, sono le meno preparate nella ricerca di un corretto rapporto territorio-mercato.

Oggi il bisogno di fare vacanze, di viaggiare o anche solo di soggiornare in posti diversi dai soliti è ormai considerato un bisogno primario, ma purtroppo vi è un dilemma noto a tutti gli studiosi di turismo che si chiedono continuamente se ciò che il turista compra è il viaggio, o la realizzazione di un sogno. Ciò sta a significare che la scelta del turista acquirente può essere dettata da fattori di spinta (che provengono dal bisogno interiore) o fattori di attrazione (che provengono dall’offerta esterna).

Sotto l’ottica del marketing il territorio diventa, quindi, di per sé, un “prodotto turistico”, che in quanto tale è dato dalla somma di tre elementi: la materia prima (che nel nostro caso meno intuitivo può essere il mare, un lido, o un monumento), la trasformazione (cioè l’assemblaggio e il coordinamento come nei trasporti e nelle strutture ricettive) e la commercializzazione, cioè la sua pubblicizzazione, distribuzione e vendita (che nel turismo significa far sapere dell’esistenza di un posto e stimolare ad andarci tramite un’efficace promozione).

Un prodotto turistico, pertanto, per essere commercializzato prima di tutto deve essere raggiungibile e per essere fruibile deve esistere intorno una serie di servizi che lo consentano. Il visitatore, infatti, oltre che attratto deve essere indotto a fermarsi, ma soprattutto a consumare e a spendere se si vuole far girare l’economia di un luogo. Un concetto elementare che si scontra, invece, con la riluttanza, da parte di chi è deputato a gestire i beni culturali, architettonici e naturali presenti sul proprio territorio, a rendersi conto della fondamentale importanza della loro commercializzazione: in sostanza è impossibile “vendere” un territorio se il potenziale acquirente non ne conosce l’esistenza e il venditore non fa nulla per pubblicizzarlo.

Individuato, quindi, un target (acquirente) va messa in atto un’accurata promozione e successivamente occorre trovare i canali specifici per raggiungere quei consumatori in modo efficace per evitare spese inutili ed essere più credibili nei confronti dei potenziali clienti.

Si capisce, allora, perchè i viaggi religiosi sono reclamizzati soprattutto in parrocchia, quelli sportivi presso le associazioni tramite riviste specializzate o palestre, quelli d’affari presso ordini o collegi professionali e così via. È qui che, nella mia mente, inizia a prendere forma un certo quesito che quasi come un tarlo avanza lentamente ingrandendosi: territorio… turismo… luoghi… risorse naturali… sole… mare… campagne… masserie… castelli… ville… chiese… boschi… pinete… scogliere… spiagge… ecc. ecc. A Nardò abbiamo tutto.

E allora perché non abbiamo il turismo che ci meritiamo? Perché in un anno i nostri operatori lavorano solo 2-3 settimane (come nel 2005)? Come mai i pochi turisti, che vengono, apprezzano il contesto ambientale e mai gli attori che vi sono dentro? Cosa fanno privati e pubblico per sfruttare la risorsa turismo? Come lo fanno? E quando? Esiste veramente una classe politica che guarda agli interessi comuni di una città e del suo territorio? Chi conosce il “prodotto neritino”? Ha il giusto prezzo? È promosso adeguatamente? E come è distribuito? Vengono adottati i giusti strumenti strategici e operativi per raggiungere tutti questi scopi?

 A cosa serve andare (forse) alle fiere di settore, come la BIT, se ci si porta dietro tutte queste incertezze? A nulla. Nardò, le sue marine, e tutto il territorio comunale hanno bisogno del turismo vero, non questo. Nardò e non i neritini (almeno non tutti) meritano un turista intelligente, appassionato, nostalgico e qualificante, disposto a spendere (non ad essere spennato!) pur di godere di quel sogno che ha deciso di realizzare venendo da noi. Ma ciò non avviene. Perché? Perché, forse, in tanti anni, governanti e governati hanno perseverato ciascuno nei propri errori.

Nonostante secoli di esistenza la nostra città non ha mai saputo diventare un polo turistico, vuoi per la sua posizione geografica “scomoda” e “fuori mano”, vuoi per la povertà dei nostri avi e l’emarginazione del Mezzogiorno tutto, vuoi per mentalità imprenditoriali non adeguate e non sviluppate, vuoi per incompetenze e improvvisazioni tipiche del neritino medio. Eppure siamo ancora la seconda città della provincia, ma solo sulla carta!

Non è mai esistita una politica disinteressata che badasse in modo organico al benessere della collettività, non è mai scomparsa l’impreparazione e la mentalità chiusa di chi fa imprenditoria del settore, non si è mai capito che l’unione fa la forza anche e soprattutto in posti difficili come i nostri.

 Non si sono mai vinti l’invidia e l’ostruzionismo nei confronti dei concorrenti, non ci si è mai serviti di professionalità che affiancassero (e non sostituissero) gli operatori-imprenditori nelle loro scelte strategiche ed operative per svilupparsi e ottenere veramente un vantaggio economico dalle attività turistiche e non solo. La ricchezza che manca nel nostro territorio è quella che non si è saputa reinvestire in strutture, servizi, promozione e marketing.

Mancanza di iniziativa e di politiche di sviluppo, che stanno mettendo alle corde i pochi coraggiosi ancora in vita, che fanno stare con l’acqua alla gola anche in piena stagione. Assenza di politiche commerciali e promozionali che tengono al buio della conoscenza pubblica un territorio splendido come il nostro, costringendolo al declino silenzioso sotto gli occhi rassegnati di una popolazione che sotto ama ancora la propria terra. Ma chissà ancora per quanto…

I commenti sono chiusi.