Urbana mente… in movimento

La percezione aiuta a comprendere come sia importante, per le esperienze realizzate nella vita, il nostro mondo visibile e sensibile. Osservare quanto ci circonda, infatti, rientra il quel meccanismo complesso di partecipazione alla creazione di nuove emozioni.

L’avvicinarsi ad un’opera d’arte; ad un quadro, ad un monumento ad un paesaggio dalle particolari caratteristiche ambientali, favorisce l’accensione di quella piccola scintilla emozionale per la quale, vale pure la pena viaggiare, scoprire, esperire. Mai come in questo momento osserviamo come la tecnologia abbia inserito, in maniera dominante, le sue regole, nella nostra vita.

 Non solo per quanto riguarda l’informazione, notiamo come tutta una moltitudine d’oggetti elettronici, ha invaso il nostro spazio. L’evoluzione del nostro commutante e frenetico quotidiano, ha agevolato le possibilità e il modo di attuare le strategie comunicative, ha generato numerose ed evidenti forme di media-azione cui contrappone un’esile mancanza di tattile matericità.

Dall’abitacolo super fornito d’accessori dell’automobile, alla postazione multimediale comprendente schermi e filodiffusione domiciliata o d’ufficio, fino al bagaglio dei supporti di video-telefonia, perdiamo giorno per giorno la cognizione di tempo reale. Il corpo, allora, evade dal momento attuale e si connette ad un altrove, in uno spazio senza coordinate, difficile da concepire, ma in ogni caso, verificabile. La fisicità del contatto percettivo è debilitata, perde forza, entra in crisi.

Queste ‘protesi’ tecnologiche, questi strumenti informazionali, hanno però la loro importanza in quanto supportano la naturale continuità evolutiva umana, ampliandone la sfera relazionale, abilitandola a connettersi con il contesto urbano e con la sua collettività. L’uso e consumo di periferiche, diventerà una tematica da affrontare in futuro, per la quale devono essere approntate colte strategie e responsabili programmi strutturanti. Il rischio da correre (lo affrontiamo già), è quello di ‘distrarre’ l’attenzione, ‘neutralizzare’ la sensibilità e ‘sconvolgere’ la percezione del presente.

Siamo comunque consapevoli che con una buona base culturale e una forte dose di passione per la ricerca di queste problematiche, si possa arrivare a distinguere con serietà, le pericolose anomalie che il campo della tecnica ha sempre posto durante il cammino dell’uomo. Dunque, occorre stabilire nuove forme d’approccio all’esperienza conoscitiva ‘usando’ e non facendosi ‘usare’ da questi importanti strumenti1. C’è poi una situazione da prendere in esame che è l’indifferenza verso questo tipo di dinamiche sociali legate all’applicazione delle nuove tecnologie nei centri urbani minori 2. Bisogna assolutamente evitare che l’incompetenza, data dall’evidente mancanza d’aggiornamento sugli argomenti trattati, genera naturalmente l’incapacità di pensare a mondi possibili ed a cercare nuove soluzioni urbane.

 La discussione sulle soluzioni può nascere solo da una generazione rinnovata e capace di mettere a frutto quelle competenze alternative scaturite dallo studio e dalle nuove mentalità d’approccio al sistema urbano (vedi le decisioni forti e responsabili mancanti per es. nel progetto della riqualificazione della piazzetta di S.Caterina, incompleto perchè rende evidente l’indecisione delle scelte; le automobili, infatti, passano muovendosi irregolarmente, là dove dovrebbero solo esserci grandi marciapiedi e spazi adibiti a funzionalità ludiche diversificate e flessibili, legate alla vita sociale estiva. La piazzetta, è chiaro, dovrebbe essere raggiunta a piedi, lasciando le automobili in aree distanti, a parte i residenti e i passaggi di mezzi per disabili e di soccorso, allora si potrebbe parlare d’intervento riqualificante.

L’intersezione dei passaggi carrabili tortuosi con quelli pedonali non è buona cosa. Mantenendo le automobili a distanza dalla piazzetta, viene a crearsi l’aspettativa e la curiosità di accedervi a piedi). Di sicuro, se colto e aggiornato, qualunque intervento nell’urbano, aggiunge qualità al luogo.

L’arretratezza di strategie condotte grossolanamente e che stabiliscono soluzioni facili perlopiù di facciata, riporta la mente a visioni passate, miopi di fronte al degrado che rimane il messaggio subliminale generatore d’ignoranza e di comportamenti deplorevoli. Si tratterebbe di creare quelle relazioni (difficili da capire per chi è allo scuro della storia dell’architettura), che mancano tra episodi storici, culturali e ambientali, rispetto alle quali le amministrazioni hanno sempre risposto con indifferenza.

 Sono sicuro che Nardò possiede un’identità ben definita e ben strutturata, come d’altronde la sua antichissima storia testimonia; caratteristica invisibile, però, a chi non vuol comprenderla, abituato ai maquillage d’occasione per la ricerca di consensi. Tra le righe di questo antico racconto, infatti vengono suggerite già quelle matrici da seguire per uno sviluppo ancora tutto da attivare, indirizzato a cambiare una città congelata dall’indifferenza, in un centro d’elezione culturale di sicuro effetto strutturale, nell’ambito delle trasformazioni dell’intero Salento. E’ giunta, dunque l’ora, di aprire la finestra e far entrare l’aria di una nuova stagione.

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