Dei ‘relitti’ e delle pene … di Nardo’

Ancora un ritrovamento importante lungo le coste di Nardò. Il nostro mare regala continuamente prove del passato, in ultimo una nave romana nelle vicinanze di una scogliera.

Conoscevamo la preziosità del primo “relitto”, quello rappresentato dalla nave oneraria romana del II secolo a Santa Caterina di Nardò, ora un “relitto” ancora più “relitto” del primo, pensate un po’, risale ad un’epoca pre-romana identificata tra il IV e il III secolo a.C.

Un altro importante ritrovamento, “relitti” importanti che la storia di Nardò annovererà tra i suoi tanti tesori a testionianza della considerevole attività commerciale di cui sono state partecipi queste zone.

E’ vero, l’archeologia, come materia dai mille possibili sviluppi, a livello culturale e turistico, potrebbe preservare nuove elaborazioni, magari tracciare altri tipi di specializzazioni in questo campo per spostare in avanti l’interesse del Salento.

D’altronde come ho scritto tempo fa, l’argomento, risulta essere la “gallina dalle uova d’oro” e la confluenza d’interesse professionale e tecnico per quest’indirizzo è, in questo memento, massimo.

La mia osservazione, a questo proposito, riguarda proprio questa nuova direttiva culturale.

E’ stato da sempre chiaro che, sotto il nostro suolo e sul fondo mare, sicuramente giacciono altri e tanti importanti reperti, preservarli in luoghi sicuri e contemporaneamente far partecipare la collettività, a questo tipo di costruzione e divulgazione della nostra storia, farà parte della cultura di un prossimo futuro.

Comunicare nuove scoperte archeologiche e presentare i nuovi lavori di ricostruzione virtuale tridimensionale, dovrebbe essere un’operazione condotta di pari passo alla difesa delle caratteristiche ambientali naturalistiche (per cui già si è fatto tanto), ma occorrerebbe ancora un grande sforzo per la difesa delle tipologie edilizie originarie preservandole anche nelle loro ‘semplici’ caratteristiche.

Parafrasando il titolo di un saggio scritto dall’illuminista milanese Cesare Beccaria tra il 1763 ed il 1764 “Dei delitti e delle pene”, il titolo scelto per questo scritto chiarisce l’argomento del quale ho estrema considerazione, in quanto trovandoci in una fase delicata della trasformazione della città, urgono regole chiare e vincoli da rispettare per raggiungere la qualità urbana che è sempre mancata in questo paese.

Vorrei, perciò, si riflettesse sul grande paradosso che vede da un aparte, la ricerca spasmodica intorno all’importanza dell’archeologia e dall’altra si compromette la qualità degli interventi sulle nuove ristrutturazioni nel centro storico.

Chiedo con estrema fiducia e serietà, da cittadino neritino ‘consapevole’, di porre rimedio a questo degrado premeditato.

Che si rifletta su questa particolare situazione di estremo disagio cittadino dato dal traffico su strade ridotte quasi tutte ‘a senso unico alternato’ e in frantumi appartenenti più ad un paesaggio medievale che ad un centro urbano del 2009. Buche che da mesi scardinano le sospensioni a cui i cittadini hanno dato il nome per quanto sono conosciute.

Chi ci ripagherà di tanto stress che dura da anni ?

Dagli ultimi sviluppi, per quanto riguarda la riqualificazione di alcune costruzioni, appare chiara anche una certa superficialità di fronte a problematiche compositive urbane.

Manca un regolamento adeguato, anzi un’interpretazione seria, a difesa, proprio di quelle caratteristiche abitative che sono sconvolte dall’anarchia compositiva o dalle pacchiane invenzioni episodiche assecondate da uffici che dovrebbero essere predisposti a negarle.

Non è certo la mancanza di strumentazione per intervenire, infatti è chiaro il P.R.G. del Comune di Nardò al Capitolo I° delle Norme preliminari, oppure ancora le Norme Tecniche d’Attuazione, precisamente all’ART. 35 che riguarda il Centro Storico.

A conferma che manca la cosa più importante: la cultura del paesaggio e la sensibilità per l’esistente. L’erronea interpretazione diventa chiara, alla luce delle recenti manomissioni formali edilizie.

I piani di recupero come si confrontano con gli interventi, per esempio, dell’aggiunta di balaustre, cornici marcapiano, sovraporte, sovrafinestre, scale esterne, ecc… che stanno comparendo nel centro storico, decorando erroneamente l’armonia del paesaggio urbano?

Manca un controllo maggiore da parte della soprintendenza che dovrebbe farsi carico di una supervisione vincolando magari ad una discrezionalità d’indagine, i progetti presentati con quelli poi, effettivamente realizzati (almeno) nel centro storico.

Poi, a quanto pare, urgerebbero, dei corsi di aggiornamento per i tecnici che operano e magari finalmente definire ciò che ho sempre auspicat: un team o un ufficio per il centro storico il quale avrebbe responsabilità diretta sugli interventi e in contatto continuo con la soprintendenza.

Auspico, quindi, un “sistema a rete” per la qualità dell’architettura.

Questo eviterebbe, che purtroppo, ‘apparenti’ cultori della materia difendano, la storia e il centro storico, solo a fasi alterne o peggio a seconda dei programmi di colori politici, mentre il centro storico, miseramente cade della consueta ripetizione di anarchici codici commerciali fin troppo abusati e volgari.

Arrivano, comunque, delle conferme che testimoniano, grazie al cielo, della presenza di sensibilità attente per queste problematiche e definiscono gli interventi grotteschi, anzi “pacchiani restauri, fino a sfiorare il ridicolo”.

Gli uffici che mancano di questo controllo o che non si sforzano di regolamentarne le deroghe, naturalmente si assumeranno le loro responsabilità di evidenti degradi già causati.

Dispiace che, di fronte ad un evidente tentativo di recupero del centro, proprio nel momento del suo nascere, venga, nello stesso tempo trasmesso e mostrato a tutti, senza dignità, il virus della sua fine.

Questo non fa certo onore, ai curricula degli amministratori, fregiarsi di quest’indifferenza perché non sarà scusata in quanto gli errori sono evidentissimi e in altre città d’arte, non esistono.

Nell’augurarvi un buon anno 2009, auspico davvero, una nuova sensibilità per il nostro paesaggio che ci è stato lasciato con la promessa di saperlo gestire migliorandolo per il futuro.

Spero, quindi, che l’archeologia venga rivalutata in tutti i suoi “nuovi relitti” ma, contemporaneamente, gli uffici preposti, rivalutino anche quei processi di qualità dei procedimenti urbanistico-architettonico-tipologici per evitare, in questo momento, altri oltraggi, sofferenze e pene al nostro prezioso patrimonio storico.

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