Sabato , 29 agosto 2026,pomeriggio, mentre il maestrale soffiava forte sulle campagne di Lequile, le prime lingue di fuoco hanno risalito il boschetto accanto all’ecocentro Ecotecnica, a un passo dalla statale 101 che collega Lecce a Gallipoli. Da lì in poi le ore si sono confuse in un’unica notte senza sosta.
Trenta ore di fuoco, cinquanta ettari bruciati, dodicimila metri quadrati di impianto avvolti dalle fiamme, trenta mezzi aziendali ridotti in carcasse. Automobilisti costretti a scartare le lingue di fuoco a pochi centimetri dalla carreggiata, alberi caduti sulla strada in direzione di Lecce e, a Lequile, l’evacuazione precauzionale di una struttura che ospita anziani. Il fumo nero, denso, visibile a chilometri di distanza, ha fatto il resto: ha chiuso le finestre di mezza provincia prima ancora che si sapesse davvero cosa stesse bruciando.
La nostra associazione nasce e cresce sul tema della sicurezza stradale. Insieme ai firmatari della Carta Europea della Sicurezza Stradale, ripetiamo da anni che una mobilità sicura si costruisce sul rispetto del codice della strada e sulla qualità delle infrastrutture.
È un principio che vale anche quando la strada non è la causa dell’emergenza, ma ne resta comunque investita: la statale 101 chiusa al traffico, gli automobilisti in fuga dalle fiamme, i rami caduti sull’asfalto sono, a pieno titolo, un capitolo di sicurezza stradale, seppure marginale in questa vicenda. Sarebbe però riduttivo fermarsi qui.
Quanto accaduto a Lequile supera la cronaca di un incendio e apre un fronte più ampio, quello della prevenzione del rischio industriale e ambientale, che la nostra associazione, portatrice di interessi diffusi, ritiene doveroso portare all’attenzione dei cittadini del Salento.
Le indagini della Procura di Lecce, affidate ai carabinieri di San Pietro in Lama che hanno posto sotto sequestro l’impianto, seguono con particolare attenzione la pista dolosa.
La comandante provinciale dei Vigili del Fuoco, Roberta Lala, ha confermato che «i focolai visibili erano in più punti», un dettaglio che pesa sulle ipotesi in campo. Se così fosse, si tratterebbe di un atto criminale che colpisce un intero territorio, e la sua gravità non avrebbe bisogno di ulteriori commenti.
Ma se l’origine dolosa non dovesse confermarsi ,saranno gli organi competenti ad accertare l’accaduto (n.d.r) , la vicenda diventerebbe, se possibile, ancora più inquietante: significherebbe che un impianto di stoccaggio rifiuti a ridosso di una statale trafficata e di centri abitati può “potenzialmente venir meno a tutte le azioni di prevenzione adottate”(n.d.r). Potrebbe essere , se accertato dagli inquirenti (n.d.r), la prova che la prevenzione non ha funzionato . Non è la prima volta che il Salento e la Puglia fanno i conti con questo tipo di emergenza.
A Cavallino, nel capannone di biostabilizzazione che tratta i rifiuti indifferenziati di buona parte della provincia di Lecce, si sono contati quattro roghi in pochi anni, l’ultimo lo scorso marzo. A Palo del Colle, nel Barese, l’impianto Ecogreen Planet ha preso fuoco mentre una parte della struttura era ancora sotto sequestro per un incendio precedente.
Su scala nazionale, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha stimato che circa un incendio su cinque, negli impianti di trattamento e stoccaggio, ha origine dolosa, mentre gli altri restano quasi sempre senza una spiegazione definitiva. Sono numeri che raccontano un rischio strutturale, non un episodio isolato, e che avrebbero già dovuto imporre controlli più stringenti prima che a pagarne il prezzo fossero l’aria, la salute e la quotidianità di chi vive accanto a questi siti.
Per questo l’Associazione “Alla Conquista della Vita” chiede che dalla vicenda di Lequile nasca qualcosa di più di un’indagine giudiziaria, per quanto necessaria. Chiediamo un’applicazione pedissequa delle normative di settore, quelle che impongono precisi adempimenti a tutela della salute dei lavoratori, dell’ambiente, dei cittadini e di tutti gli altri soggetti coinvolti. E chiediamo che i cittadini del Salento possano:
• Conoscere i rischi concreti per la propria salute legati all’incendio di Lequile e la qualità dell’aria nelle zone interessate, sulla base dei dati ufficiali di ARPA Puglia.
• Disporre di una ricognizione pubblica dei siti industriali e di stoccaggio rifiuti a più alto rischio di incendio presenti nel Salento e in Puglia.
• Conoscere le attività di monitoraggio e controllo su questi impianti, in particolare la verifica tecnica dei requisiti e delle capacità dei soggetti affidatari di prevenire e fronteggiare eventi catastrofici.
• Essere resi partecipi, da parte delle amministrazioni competenti, delle attività di monitoraggio e essere invitati ai tavoli tecnici dedicati alla sicurezza di questi siti.
Sono richieste semplici, quasi elementari, come spesso sono elementari le cose che si capiscono per intero solo dopo un disastro sfiorato. A Lequile, questa volta, non si contano vittime. Ma un anziano evacuato dalla propria casa, un automobilista che scarta le fiamme sulla statale, un carabiniere e un vigile del fuoco rimasti in servizio per trenta ore consecutive raccontano quanto sia sottile il confine tra emergenza gestita e tragedia. Il modo migliore per non dimenticarlo non è un comunicato in più, ma un sistema di prevenzione che funzioni prima che il fuoco torni a bussare.
Associazione “Alla Conquista della Vita” A.P.S.
Il Presidente
Dott. H.C. Walter Gabellone
Il Segretario
Rag. Alberto Minerba
(fonte foto : web ansa)